L'ANALISI. Campagna elettorale furiosa. Serve blindare Draghi e proteggere la nostra cultura europeista

L'ANALISI. Campagna elettorale furiosa. Serve blindare Draghi e proteggere la nostra cultura europeista

UNO. Lo scontro su chi ha vinto le elezioni non si placa. C’è il ballottaggio e nessuno vuol disarmare i propri (sempre più deboli) sostenitori. Il Cdx, Salvini e Meloni, riconoscono il colpo nelle grandi città ma avvertono che la partita è aperta – soprattutto a Roma, dice la Meloni, dove si giocherà la finalissima che vale l’intero campionato. Intanto Salvini, anche col rinforzo di Zaia, esalta il successo nei piccoli centri: “Ho contato 50 sindaci in più della Lega”, ripete il Capitano, non tenendo conto che la storia d’Italia, dall’avvento della civiltà comunale, è stata sempre spinta dalle e nelle grandi aggregazioni urbane.

Intanto Berlusconi, scivolato a risultati con un’unica cifra, è costretto a vantare il successo in Calabria (mai da nessuno prima calcolata perché “Regione infetta”, secondo un robusto pregiudizio) dove Fi già governava ed è riuscita soltanto a non perdere. Fi, intanto, si aggrappa a Letta che riconosce al Cavaliere il ruolo di “federatore” del Cdx, anche se Letta sa benissimo che B non potrà mai più esercitarlo perché quel ruolo non era affidato (soltanto) alle capacità di B ma, più prosaicamente, al maggior consenso elettorale di cui Fi godeva rispetto alla destra di Fini e alla Lega di Bossi.

Il Csx mette lo stesso entusiasmo nel rivendicare la palma del successo. Immagina di avere messo in crisi il Cdx con la propria strategia e si propone come possibile continuatore dell’esperienza Draghi, quando Supermario lascerà palazzo Chigi.

DUE. Stanno veramente così le cose? Per capirlo forse bisogna andare un po’ oltre il risultato delle elezioni italiane collocando quel che accade in Italia in un contesto più ampio.

Che nel nostro paese il Cdx abbia preso un colpo è innegabile ma che ad assestarglielo sia stato il Csx è meno sicuro. Se si guarda un po’ al di là dei nostri confini si scopre che la Destra e il Cdx sono in crisi in gran parte del mondo, soprattutto del mondo di cui fa parte l’Italia.

La Destra, a guardare un po’ più in là, è in crisi negli Stati Uniti per il micidiale composto Trump-Covid. Ma è in crisi anche in Canada. Non sta bene in Francia. E non sa che pesci prendere e a quale Santo rivolgersi nel Regno Unito. E ancora: è in crisi profonda in Austria, dove il suo partito di riferimento è crollato da più di 30 a 7 punti. In crisi anche in Israele e sembra non reggere più in Brasile. Soprattutto, ha già perduto in Germania, pur senza, ed è un paradosso, sfiorare Angela Merkel che solo con grande difficoltà e forzature si può collocare a destra perché, invece, sembra suggerire una collocazione più fantasiosa che meglio s’incontra e asseconda le spinte che crescono in questa parte del mondo in cui noi italiani ci troviamo.

Di fronte a questo ampio fenomeno politico (tra l’altro più ampio del racconto qui proposto) perché mai il risultato del Cdx italiano, dove Centro e Destra sono intrecciati più che altrove, il Cdx non avrebbe dovuto subire un colpo al di là delle capacità dei suoi concreti e immediati avversari?

E’ perfino banale ripetere che l’Italia è ormai (e per fortuna) un paese sempre più interconnesso agli altri paesi europei e a quelli dell’area politico-geografica che chiamiamo Civiltà Occidentale. Solo i nostri ritardi culturali e politici ci fanno credere che le pulsioni che attraversano quest’area non abbiano conseguenze dirette e importanti anche nel più minuscolo dei nostri paesi. Così finiamo per valutare il risultato elettorale esclusivamente secondo le dicerìe e gli accadimenti che si consumano soltanto negli spazi su cui s’allunga l’ombra dei nostri Campanili. E’ bella la parola d’ordine “Prima gli italiani” (Salvini la usa per questo) ma purtroppo non consente di capire neanche quanto sta accadendo nel nostro paese.

In comune l’area Occidentale ha la crisi drammatica del 2008 e, soprattutto, l’irruzione del Covid che ha investito il pianeta. E’ questa irruzione probabilmente che sta modificando in modo strutturale il sentire di grandi masse umane. E’ un paradosso: il Covid ha provocato una sottile e diffusa paura di perdere la vita e ci ha spinto nell’isolamento necessario per sconfiggerlo. Ma ha al contempo fatto crescere la convinzione che solo la solidarietà e la cura di tutti da parte di tutti, nessuno escluso, può iniziare a restituirci vita, libertà e benessere. E’ un fenomeno destinato a modificare la capacità di avvertire gli altri da parte di chiunque. Da qui un disagio, destinato forse a crescere col tempo, verso le culture tradizionali della destra e la richiesta di un’attenuazione dei privilegi sociali. Ed anche l’intensificarsi degli sforzi della destra che si oppone a questa tendenza. Senza questo contesto l’Unione Europea non avrebbe mai fatto in così poco tempo tanta strada proponendosi in gran maggioranza come possibile unificatore dei vecchi Stati che la compongono.

TRE. Se non avesse giocato questo contesto, per tornare all’Italia, difficilmente sarebbe nato il governo Draghi. Ma una volta nato si è rapidamente capito che la lungimiranza di Mattarella aveva avviato, senza e quasi contro il contributo dei partiti italiani ammutoliti dalle proprie difficoltà e contraddizioni interne, la rivoluzione necessaria per la soluzione del problema.

Quello di Draghi è un governo della Repubblica diverso da tutti quelli precedenti. Il suo effetto, tranne traumatiche interruzioni, potrebbe modificare in modo strutturale la politica italiana. Per questo non sono da escludere spinte per assicurare effetti più duraturi come la nascita non di un partito di Draghi, che farebbe la fine del partito di Monti, ma di un’aggregazione politica che assicuri al paese i tempi necessari per uscire dal guado.

L’intero dibattito su Mattarella in pensione e Draghi al Quirinale ha questo retroterra anche se viene nascosto da tutti i partiti per non riconoscere la crisi profonda in cui si trovano.

*già apparso sul Dubbio