Ci sarebbe continuità tra la “Siderno Group” e le cosche coinvolte nell’operazione “Recupero - Bene Comune”. Una «persistente operatività» tra l’associazione che ha seminato il terrore a Siderno tra gli anni ’80 è ‘90 e quella colpita dalla Dda di Reggio nel 2010, che fece finire in carcere anche l’ex sindaco di Siderno Alessandro Figliomeni. È questo il nocciolo della tesi del procuratore generale Santo Melidona, che ha chiesto la conferma delle pene inflitte in primo grado a Locri per circa 250 anni a boss e gregari della cosca Commisso. Solo qualche riduzione di pena per reati ormai prescritti e qualche assoluzione in più. Insomma, la conferma dell’impianto accusatorio che aveva portato a maggio del 2014 il sostituto procuratore Antonio De Bernardo a invocare sei secoli di carcere per boss e gregari.
Melidona ha quindi chiesto conferma della pena all’ex sindaco Figliomeni condannato a 12 anni in primo grado. Scende, invece, di un anno, rispetto alla condanna inflitta a Locri, la richiesta per Riccardo “Frank” Rumbo, condannato a 17 anni ma per il quale è stata chiesta una pena di 16 anni, essendosi prescritto il reato di intestazione fittizia dell’azienda Euroceramiche, prescrizione che riguarda anche, tra gli altri, la moglie Maria Figliomeni, che in primo grado era stata condannata a un anno e sei mesi, così come Giuseppe Figliomeni.
Il pg ha anche chiesto di variare la pena inflitta in primo grado, di 13 anni e 6 mesi, a Cosimo Ascioti, al quale non era stata riconosciuta l’accusa di associazione mafiosa. Secondo il procuratore, però, da alcune conversazioni emergerebbe come Ascioti facesse parte dell’associazione. Da qui la richiesta di due anni in più per la continuazione per l’associazione. Mentre ha chiesto l’assoluzione dal reato di ricettazione, e mentre risulta prescritto il reato per detenzione di stupefacenti. Chieste, inoltre, la condanna a dieci anni di Francesco Figliomeni, Massimo Pellegrino e Vincenzo Salerno, in passato assolti; la riduzione di un anno per Francesco Muià (da 26 a 25 anni), difeso da Cosimo Albanese, e Michele Correale (da 25 a 24 anni), nonché la conferma dell’assoluzione per Gennaro Tedesco (difeso da Albanese) e Cosimo Commisso.
Nel corso dell’udienza i legali di Rumbo, Giuseppe Calderazzo e Davide Lurasco, hanno sollevato un’eccezione sulla inutilizzabilità delle intercettazioni relative ai rit del telefono di Rumbo, della sua auto e di quella di Stinà. La difesa di Antonio Galea ha inoltre richiesto l’apertura dell’istruttoria in relazione all'ipotesi della tentata estorsione, commessa secondo l'accusa con il cognato Giuseppe Napoli in danno di Nicodemo Cherubino.
La sentenza di primo grado aveva descritto un quadro inquietante: Figliomeni, si leggeva nelle carte, è «affiliato alla ‘ndrangheta - assieme al fratello Antonio -, ancor prima dell’omicidio del padre, Figliomeni Cosimo, definito dal Costa (il pentito Giuseppe, ndr) uno ’ndranghetista “vecchio stampo”, a suo tempo reggente della ‘ndrina di contrada Lamia». Un «uomo di malavita», l’ha definito Nicola Romano, presunto boss della “Corona”, la cupola dei locali meno potenti della jonica.
«Una volta liberalizzata la politica – scrive il giudice Alfredo Sicuro -, questa era stata terreno di conquista per le diverse famiglie di ‘ndrangheta, che cercavano, soprattutto nelle competizioni locali, di misurare le loro forze, facendo eleggere candidati di ciascuna ‘ndrina, indipendentemente dagli orientamenti politici». Ed il giudice ha una certezza: per due mandati, «la cosca Commisso era stata in grado di eleggere il sindaco di Siderno, Figliomeni Alessandro, e di controllare i “movimenti” di altri esponenti locali, dimostrando così la volontà e la capacità di infiltrarsi nelle istituzioni politiche e condizionarne l’attività, distorcendone i fini e, soprattutto, acquisendo un ulteriore strumento di potere e di governo del territorio».
Votare a destra o a sinistra aveva poca importanza: l’importante, scrive Sicuro, era che il candidato, una volta sostenuto, «oltre a prendere desse qualcosa». Decisioni prese a tavolino in modo che ogni candidato «che ha preso impegni» potesse avere un posto e «mettersi a disposizione». Così le discussioni di natura politica sfociavano in «un programma di infiltrazione della società di ‘ndrangheta di Siderno nella politica locale e nazionale», con lo scopo di «piazzare nelle varie competizioni elettorali i suoi referenti». La sentenza è attesa per il 27 giugno.