LA RECENSIONE. Pietro Criaco, L’idea che ci univa, Città del Sole

LA RECENSIONE. Pietro Criaco, L’idea che ci univa, Città del Sole

africo

«I nativi di Africo non sono gente comune. Vengono dalla montagna e quindi odiano il mare perché non è il loro ambiente naturale. Ci devono convivere. Punto. Non amano i pesci, sono allergici alla salsedine e si portano addosso l’invadente odore di capra. Trapiantati in marina, dopo un’alluvione terrificante che aveva distrutto il vecchio paese su in Aspromonte, e costretti ad abitare in case costruite in fretta e furia, scontenti del cambio di direzione della loro vita, ma soprattutto per la mancanza di un’identità precisa, sono sempre in lotta, sempre in prima fila.»

Torna all’attenzione dei lettori con L’idea che ci univa di Pietro Criacogià autore di Via dall’Aspromonte portato a cinema da Mimmo Calopresti (Aspromonte- La terra degli ultimi con Valeria Bruna Tedeschi e Marcello Fonte) – la vicenda di Africo, definitivamente fissata da un altro Criaco, Gioacchino, nei suoi testi e in particolare nel suo Maligredi, in un racconto epico di straordinaria forza evocativa.

 

C’è, ne L’idea che ci univa, pubblicato da Città del Sole, la ribellione tumultuosa, in parte organizzata dalla Camera del Lavoro in parte spontanea, di giovani, studenti, donne, di un popolo senza lavoro, sradicato dal suo ambiente, che vive in baracche di fortuna, respinta dallo Stato manu militari: «Con manganelli e lacrimogeni lanciati ad altezza d’uomo, i celerini invadono il paese rincorrendo e picchiando alla cieca in modo indistinto chiunque si trovi a portata di tiro. È una forza imponente, un tornado quello che si abbatte sulla popolazione. È una guerra aperta e le forze dell’ordine usano la strategia del terrore. Chi capita a tiro è manganellato, preso a pugni e a calci, buttato a terra con una brutalità impressionante.»

La ribellione, domata, non si trasforma in rivoluzione. Tutto si ricompone nella sconfitta. Gli arrestati vengono liberati. Sandro, l’anarchico che con la compagna si è dato alla macchia, cerca scappatoie per tornare alla “normalità”. E il paese torna alla sua quotidiana marginalità. Con il fuoco che brucia – per caso? per dolo? – qualche baracca di legno. E con le lotte notturne tra bande di ragazzi rivali: «Il gioco di Karba e Rija che vuol dire “carabiniere e ladro”, è nato quasi subito dopo l’insediamento del popolo di Africo nel nuovo paese. I Rija occuparono subito la parte di territorio vicino alla collina mentre i Karba quella vicino al mare.»

Resta la forza, indomita, di Caterina, la madre che, col marito in Germania a lavorare alla Ford, sente tutto il «peso della vita gravare sulle spalle come un macigno. Tutte le responsabilità della famiglia sono un giogo troppo pesante da reggere.», eppure lo regge, forte di un amore, tra lei e Andrea, che mai appare, eppure è passione bruciante. Paolo, il figlio maggiore cui mancano quattro esami alla laurea, seppure molto insicuro – «C’è qualcosa che si frappone tra lui e la realtà, un senso d’impalpabile essenza, una forza irrazionale che gli impedisce di perseguire i veri obiettivi, quelli giusti, che gli renderebbero la vita più densa di significato» – decide di ufficializzare il suo legame con Nunzia. E Antonio, il figlio minore, riesce a finire le medie con otto e si libera della pistola che aveva trovato e, per qualche tempo, custodito con cura.

*Pietro Criaco, L’idea che ci univa, Città del Sole, pp.240, euro 17