LA RECENSIONE. Parole: istruzioni per l'uso, Tonino Perna (Città del sole)

LA RECENSIONE. Parole: istruzioni per l'uso, Tonino Perna (Città del sole)

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Tonino Perna è persona notissima anche fuori di Reggio Calabria, città dove è nato una settantina di anni fa e dove da più di un anno è vicesindaco nella giunta cittadina guidata da Giuseppe Falcomatà; è stato docente universitario a Messina nonché presidente del Parco dell'Aspromonte dove aveva cercato, vanamente, di sperimentare una moneta che circolasse, ovviamente a fianco dell'euro, tra turisti ed operatori economici (qui la circostanza fa capolino a p. 88 nel racconto «Parole sconnesse»).

Bisogna leggere le prime cinquanta pagine di questo libro per capire bene di cosa esso tratta: non di linguistica, come farebbe pensare il titolo, ma di una serie di racconti che faticano a presentarsi con la propria veste e che potrebbero «disarcionare» il lettore e spingerlo all'abbandono, in attesa di tempi migliori e di un fremito supplementare di testardaggine.

In questa prima parte del libro ci sono le Parole di fango (43-50), dedicate ad un caso di malagiustizia di quelli piuttosto frequenti e noti a chi bazzica sulle aule giudiziarie (un padre calunniato dalla madre per presunte transazioni indecorose con la figlia adolescente viene incarcerato fino a che la stessa, ormai maggiorenne, non lo scagiona) che potrebbero mettere il lettore sulla buona strada.

Ma poi ne subentra un altro, VFK (Parole stratosferiche), 51-57, che più disarcionante non si può. Questa ovviamente è l'opinione di un lettore analogico; ma può ben darsi che, a trovarlo sulla piazza disposto a sorbirsi le 123 pagine del libro che a lui sembreranno molto più affaticanti di quanto non sia risultata per il recensore la Recherche proustiana, un lettore millenial e nativo digitale abbia moti di apprezzamento per questo «racconto» e lo promuova alla grande tra i suoi coetanei.

Da pagina sessantuno in avanti la diegesi aiuta il lettore tradizionale a mantenersi in sella e a ritrovare un bandolo: sicché Parole al macero (101-107) appaiono apertamente autobiografiche così come Amate parole e Parole tradite (73-80)  che non sfigurerebbero nel miglior manuale di scrittura:

Ogni parola nasceva da un movimento delle viscere, da una contrazione del muscolo cardiaco, …, da un formicolio di elettroni nei follicoli polmonari, da un intero corpo che viveva in quelle parole. … Ogni parola nasceva da un parto doloroso. Che solo alle volte diventava gioioso, ma solo alla fine. Quando rileggeva quello che aveva scritto. Aveva imparato che rileggere è insieme un piacere e un'arte penosa e complessa … Solo quando rileggendo non provava più alcuna emozione Jimmi capiva che era arrivato il momento di svezzare il neonato e cercargli una casa editrice che lo prendesse in carico, lo curasse, lo facesse entrare nel mondo dei libri (p. 73).  

Alla bibliofilia dell'autore potrebbe ascriversi Parole antiche ed eterne, 69-72, mentre tutta la parte V del libro (Senza parole, 111-123) appare intrisa di profonda pietas: verso gli animali domestici (Gli manca la parola), verso le persone indebolite dalla malattia (Gli ultimi versi) e soprattutto verso i migranti.

Invece delle parole  racconta infatti di Fatima che si reca a vendere prodotti di bigiotteria marocchina nella fiera di un paese della Calabria:

 Ma lei non conosce una parola di italiano, sa solo usare le dita per indicare i prezzi della sua mercanzia. E lo può fare solo con la mano destra, perché sul braccio sinistro tiene il suo bambino di pochi mesi (112).  

Quella scena attrae l'attenzione empatica di tre vecchiette del posto che vorrebbero lenire le difficoltà della madre e tenere il bambino con loro per la durata della fiera; ma non riescono a spiegarsi nonostante cerchino di ingegnarsi a sostituire le parole con i gesti. 

Alla fine, sciolte le difficoltà comunicative, la solidarietà trionfa e la migrante si fida; affida il bambino alle donne ben liete di dedicare una quota consistente della giornata a quel piccolo bisognoso di cura; e il miracolo si ripeterà anche nelle settimane successive:


Ogni giovedì, alla stessa ora le tre comari si presentano da Fatima, prendono il bambino in braccio e glielo riportano all'ora della chiusura del mercato. Lo portano a casa di Teresa che ha ormai una stanza dedicata a questo scopo, con una bella culla e una giostra colorata che suona il carillon. Gli preparano il latte, tiepido, lo mettono nel biberon e poi cantano la stessa ninna nanna che cantavano ai loro figli quando erano piccoli (114).

«Chapeau, signor De Amicis! Se permette intitolerei il racconto con un proverbio calabrese: la megghiu palora è chiddha chi non si dici