LA RECENSIONE. Rubbettino: Tutta una vita, Saverio Strati. (prima parte)

LA RECENSIONE. Rubbettino: Tutta una vita, Saverio Strati. (prima parte)

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Tutta una vita è l'ultimo romanzo di Strati rifiutato da Mondadori,  rimasto inedito per trent'anni (1991-2011) è stato pubblicato di recente da Rubbettino (Soveria Mannelli 2021); nonostante in occasione della morte si fosse parlato di una eredità letteraria di «cinquemila pagine di un diario, una specie di zibaldone iniziato nel 1956, e una serie di racconti e romanzi inediti» (Nuccio Ordine, La Calabria difficile di Saverio Strati. Se n’è andato l’autore di La Teda, «Corriere della Sera» 12 aprile 2014) sembra che questo sia il solo romanzo sopravvissuto.

Pasquale Tuscano, nella postfazione al libro (Attualità di Saverio Strati narratore, 323-331), sostiene che il libro «merita di rientrare a pieno titolo nel corpus della sua vasta opera narrativa … e rappresenta un'ulteriore testimonianza del desiderio di riproporre – e questa è la novità – una sutura ferma e perentoria  tra le due opposte visioni delle società civile … fra due cognizioni essenziali  del secolare incontro-scontro del Sud e del Nord della penisola, con radici culturali diametralmente opposte … » (323-324, passim).

Riteniamo che le cose non stiano così: questo libro si colloca all'estremo e fuori dalla narrativa precedente di Strati, soprattutto per i contenuti che non rientrano tra quelli sviluppati nelle precedenti prove narrative.

Qui i temi predominanti sono l'architettura e l'arte, la musica, l'astronomia, la filosofia, di cui Strati poco aveva parlato prima e di cui, probabilmente, aveva una conoscenza equivalente a quella di un allievo di liceo, non dei migliori; delle tematiche prima sviluppate e connesse a viaggio ed emigrazione, 'ndrangheta e  mondo contadino non vi si rintraccia nemmeno l'ombra.
Ingegnere o architetto?
C'è poi  lo sfondo economico dei fatti narrati che per la prima volta riguarda un mondo, quello delle professioni con giro di denaro collegato alle costruzioni e ai lavori pubblici che fa la fortuna delle due famiglie protagoniste, con cui lo scrittore mai si era misurato.

Il risultato di questa novità di contenuti (Hemingway raccomandava a chi scrive di rimanere fedele alle cose che conosce da sempre; ne parla ampiamente Fernanda Pivano nell'introduzione al Meridiano Mondadori vol. 1°, Milano 1992) fa scivolare il romanzo verso il peccato mortale dell'inverosimiglianza; specialmente per quanto riguarda il maneggio da parte del protagonista di enormi quantità di denaro («Ero nato nel danaro, sarei vissuto nel danaro. Lo sapevo. Lo sapeva il cuore, lo sapevano le viscere che conoscono il futuro», 282-283)  o anche in relazione ai suoi amori con donne ricchissime, che dispongono di appartamenti di lusso a destra e a manca e qualcuno lo lasciano pure in comodato d'uso al loro occasionale accompagnatore.

Il quale protagonista non si era iscritto ad architettura, come afferma Pasquale Tuscano a p. 324, ma ad ingegneria con risultati molto scarsi nei suoi primi anni di studio; soffrendone molto e inondando il lettore dei suoi complessi di colpa verso il padre, cui aveva già dato il gran dispiacere di non volersi occupare dell'impresa di costruzioni: «Con mio padre mi sono comportato da bugiardo mascalzone. Non ho mantenuto la parola data. Non mi sono degradato a lavorare nella ditta, per la ditta, come lui desiderava  e ci teneva tanto» (p. 56); e ancora «Egli mirava all'ingegnere in famiglia, per avere il contrappeso con il fratello Fabrizio, come ho detto era geometra lui .. e lo stesso avrebbe fatto di me; appena laureato mi avrebbe indotto a lavorare nella ditta …» (152); «e a momenti mi balzava minacciosa l'immagine di papà, come in certe tragedie il fantasma di un morto. Mi rodeva in quei momenti l'idea di ingannare così meschinamente papà» (156). 
Lo scrittore dunque insiste fino alla noia su questa scelta originaria fatta da Pino controvoglia e poi, una volta cambiata la facoltà e passato a  studiare architettura senza dirlo a nessuno, sui suoi rimorsi:
Mi era inconcepibile che già avessero tracciato la vita del mio futuro, come si fa con i vitelli: questi saranno castrati e questo sarà da monta; e nello stesso tempo ero tormentato di non avere il coraggio di dire a papà che avevo cambiato facoltà, che non sarei mai stato ingegnere, che avrei voluto portare avanti certi miei studi, che non m'interessava fare soldi … il coraggio mi mancava non perché non avessi coraggio, ma perché vedevo papà così contento e orgoglioso di avere  di avere un figlio ingegnere … (193-194)

Ma ancora qualche pagina prima della fine quel motivo ritorna, lievemente variato ma nelle stesse modalità:
Se mi avvicino al professore il professore mi terrà con sé: quest'è più che certo ormai. Ingannerai tuo padre a cui hai promesso che tornerai giù, che farai quello che vuole lui … E la tua carriera? E le tue ambizioni) … Si può ingannare il padre? Un padre come il tuo che darebbe la sua vita per salvare la tua?, (287)

Una volta cambiata la facoltà il protagonista comincia a frequentarne i corsi avendo già in mente la tesi di laurea su un argomentuccio da niente: «… dentro di me avevo già scelto l'argomento della tesi di laurea da proporre al professore di storia dell'architettura: l'architettura nella pittura del Rinascimento!» (157). Naturalmente il professore, quando gli viene fatta questa proposta, «spalancò gli occhi» (269) ma si guardò bene dal contrariarlo.

Ancora più mirabolanti, sempre durante il corso di studi, i progetti che Pino Condello fa per conto del cugino Lino che, ormai laureato, è oberato da molti impegni che gli vengono proprio in seguito alla realizzazione di quelli: il palazzo comunale (215, 223, 135).

Pino, che ancora non è architetto, interviene sul lavoro del cugino e alla grande:
Presi un lapis e su un foglio di carta quadrettata tracciai svelto uno schizzo … Le colonne via; i portoni leggeri con arco a sesto ribassato con delle scanalature al posto delle colonne e un finto capitello in cima alle scanalature. Le finestre al pianterreno erano a forma di trapezio e quelle del primo piano  a forma di rombo.  Simmetrici ai portoni di ingresso, al piano di sopra c'erano dei finestroni e a un metro dell'architrave, dei buttalumi a forma di trapezio. I rombi ai lati dei finestroni erano come degli occhi; e la cornice di stile rinascimentale che stava sui portoni di ingresso e che poggiava sui finti capitelli dava l'idea di baffi (217).

E chi avrebbe potuto fare i meglio? Infatti « Lino «dopo una settimana incassò un bel mucchio di milioni» e naturalmente fece di soppiatto la parte al cugino: «Lino mi si avvicinò, mi prese per il braccio destro e m'infilò nella tasca dei calzoni quel rotolo di soldi», 235.
Per non parlare del progetto per una cappella mortuaria:
Ci lavorai sopra, a casa, Feci spaccati, per l'interno che doveva essere armonioso anch'esso. Mi soffermai e concentrai tutte le mie inesperte giovani qualità sulla facciata. Mi nacque una cosa piacevole che faceva pensare a disegni leggeri ed essenziali di templi raffigurati sui vasi greci; ma vi aggiunsi ai quattro lati delle torrette di stile gotico. Le fiancate erano lisce, sormontate da una sottile cornice tutt'intorno. La finestrella nella parete opposta alla facciata, la cui luce pioveva sul piccolo altare che, nella forma, ripeteva le linee della facciata, era a prisma con vetri colorati … 252       

 Neanche Leon Battista Alberti ci avrebbe pensato, specialmente con quattro torrette gotiche, una per ogni lato, e … l'altare a prisma.
                                                                                                                                                   (Prima parte)

*Saverio Strati, Tutta una vita, Soveria Mannelli, Rubbettino 2021.