Ma i calabresi hanno bisticciato con la matematica, ultimi in Italia

Ma i calabresi hanno bisticciato con la matematica, ultimi in Italia

mat      di MIMMO GANGEMI* - “Tre per tre… tre”, così mugugnava don Peppe per mostrare ch’era immerso in conteggi complicati, da volerci una testa grande quanto un cocuzza lasciata per semente. Erano le sole parole comprensibili mentre calcolava il prezzo di una partita d’olio che aveva ben chiaro già da prima d’iniziare la manfrina. Lo faceva per impressionare. E impressionava, lui che proveniva da una casa dove il padre “qua dentro? Tutti alfabeti” soleva vantarsi, per averlo copiato dal Barone e storpiato per ignoranza – la parola in bocca al Barone era “analfabeti”, per un ulteriore segno di distinzione, potendo delegare che altri scrivessero e leggessero in vece sua.

Erano gli anni ’50. Più di mezzo secolo da allora eppure pochi i progressi rispetto al “tre per tre… tre”, visto che la classifica OCSE-Pisa sulla preparazione scolastica dei quindicenni piazza la Calabria ultima in un’Italia che a sua volta annaspa in zona retrocessione, nella colonna di destra della classifica tra i 34 paesi più sviluppati. La regione se la lotta con la Costa Rica nelle scienze, con la Bulgaria nella lettura, con il Kazakistan nella matematica. Mentre Nordest e Lombardia sono in cima, in Scienze a ridosso della Corea del Sud, prima. È la riprova di un’Italia a due velocità, e con un gap che tende a crescere.

Io, da ingegnere cresciuto al soldo di un mestiere che toglie fiato al sentimento, m’inchino alla logica dei numeri e ne prendo amaramente atto: l’arretratezza riguarda anche la matematica, il parametro migliore per valutare i dati, operando su simboli identici ovunque e presupponendo ragionamento e logica. Bisogna perciò alzare le mani alla resa, senza inutili levate di scudi campanilistici: si è scavato un divario enorme rispetto al Settentrione e il passo più corto dei nostri quindicenni tara il futuro, dovendosi prevedere un domani peggiore, perché si trascineranno dietro il gap e produrranno un effetto moltiplicatore.

Il dato è allarmante. La scuola non funziona – ci sono sì punte di eccellenza, che annegano però dentro l’abisso smascherato dalle statistiche. Se non funziona e se i numeri sono quelli, ecco che allora occorre rivisitare i risultati, ecco che assumono valenze diverse i voti agli esami di stato – superiori alla media nazionale – e i 110 e lode che fioccano nelle università della regione e in quella di Messina, a maggioranza di studenti calabresi, ecco che gli insegnanti, dalle elementari alle superiori, sono mediamente meno preparati che altrove, o meno motivati, ecco che le selezioni, più che sulla preparazione e sul merito, sono spesso basate sulla clientela, gentili accomodamenti per mentalità, per incapacità del docente, per quieto vivere, per paura. In un vortice dentro cui rotolano assieme le famiglie, gli insegnanti, gli studenti, con questi ultimi possibili di diventare a loro volta insegnanti, perpetuando così la caduta. Oltre che prenderne atto, bisogna pure provare a spiegarne le cause.

Università di Messina, anni ’70. Ricordo una coperta addosso a un professore, mentre veniva fuori dall’ascensore della facoltà, e le botte di alcuni studenti, resi anonimi dalla coperta, per ammorbidirgli le ossa, e la severità agli esami. Ricordo di lauree, all’apparenza conseguite con le buone, stando almeno ai sorrisi larghi e festosi che il candidato scambiava con il professore di turno, in andata i suoi e in immediato ritorno quelli del docente, a conoscenza della semente onorata da cui proveniva e sicuro che, a non dargli l’esame, e con un signor voto, le buone sarebbero diventate cattive. E ricordo gli sciacalli, i tanti che, per passare la materia, attendevano che si presentasse uno di quei giovani, oggi professionisti in posti a cassetta, sicuri che il professore non avrebbe fatto figli e figliastri, e sarebbero passati pure loro.

Il quadro è completo se ai peccati recenti si aggiungono le colpe della storia: dopo la paura susseguita ai Fasci Siciliani, le classi dirigenti meridionali disincentivarono la creazione di scuole, convinti che i figli dei contadini, se istruiti, avrebbero preteso diritti; al Sud il processo di alfabetizzazione partì molto dopo rispetto al Nord; la mancanza di università fino agli anni ’70 ha reso più costosa e limitato la formazione di laureati, insegnanti compresi. Ma tutto questo oggi non vale più. Oggi serve prendere coscienza della mediocrità e rimboccarsi le maniche per risorgere.

Restano i numeri. Resta l’idea che abbiamo già sprecato la generazione dei quindicenni ma che in tutte le Università si è invertito rotta – Arcavacata da tempo marcia dignitosa. E resta la constatazione che ci siamo fatti male da soli. Mio nonno, alfabeta come il padre del don Peppe dell’olio, avrebbe salmodiato: “lo scecco non è scecco perché è scecco. Lo scecco è scecco perché non sa d’essere scecco”. Ci calza a pennello: siamo stati scecchi senza saperlo, credendoci furbi piuttosto, quando abbiamo preteso e raccomandato, o accomodato un voto, una promozione, un esame, una laurea, quando non abbiamo saputo dire no a un amico, a un compare, a un malavitoso. Noi, gli scecchi distruttori di futuro.

*Questo articolo è già stato pubblicato sulla Stampa di Torino e viene qui riproposto con l'accordo dell'autore.