LOCRIDE. Autoanalisi (senza assoluzione) di un calabrese doc

LOCRIDE. Autoanalisi (senza assoluzione) di un calabrese doc

Aa        di FRANCESCO LAVALLE - Mi sono chiesto a lungo per quale motivo sono saltato sulla poltrona quando il giornalista Stella , citando Bregantini vescovo di Locri, ha affermato che “un contesto brutto facilita lo sviluppo di persone brutte”.

Mi è montato il sangue alla testa, ho visto rosso, le Furie sono entrate nel mio animo, e magari l’avrei anche sfidato a duello lasciandogli anche la scelta dell’arma. Perché?

Perché tanti calabresi come me hanno provato la stessa indignazione di fronte ad un enunciato pieno di buon senso e affatto accusatorio, semmai attenuante, rispetto alla nostra realtà? Ho provato a darmi qualche risposta:

Uno: l’accostamento percettivo. La parola “Locri” –pur se indicata come luogo della diocesi di Bregantini- ma comunque specifica di località, pronunciata per ultima prima della frase incriminata, effettivamente ha spinto a pensare che l’enunciazione in oggetto la riguardasse. Ma poi, risentendo “alla moviola” il pezzo, ho capito che in effetti la frase poteva essere riferita- e a ragione- a qualsiasi località del mondo, da Judad Juarez alle Bidonville di Rio. Solo una questione di temperamento, quindi.

Due: l’ultimo libro di Stella, una condanna feroce del sistema Sud, ha condizionato la prima scintilla di pensiero, facendo balenare l’effetto “questo ce l’ha con noi”, tipico del calabrese contemporaneo. Ma a leggere bene suddetto libro, niente di nuovo è apparso sotto il cielo. Soltanto una scusa.

Tre : la nausea soggettiva rispetto alla prosopopea di questa edizione del Festival, dove il tema “bellezza”, triturato e riproposto fino allo sfinimento, risuona alle mie orecchie come l’ennesima truffa televisiva, perpetuata ai danni dei gonzi che non sanno che il messaggio non è ciò di cui si parla, ma è il mezzo stesso che si utilizza per trasmetterlo. Se al posto di “bellezza” si fosse parlato di “bruttezza”, o di “rachitismo”, o di “fame nel mondo”, o di “migrazione dei roditori”, non sarebbe cambiato nulla. Il mio sguardo piuttosto cinico verso la televisione, certamente condizionato dalla mia stratificata esperienza, ha aggiunto benzina al fuoco già acceso. Ma cosa c’entra questo con Stella e la frase incriminata? Niente.

Quattro : l’amore cieco. Come gran parte dei calabresi soffro di questa forma di sentimento. Siamo come quei mariti/mogli cornuti che, avvertiti dagli amici delle scappatelle erotiche della moglie/marito, negano l’evidenza, litigano con gli amici stessi, celano la verità anche evidente, e continuano a santificare il/la coniuge. Ma l’amore cieco giustifica anche fenomeni come la Lega Nord, gli anti Europeisti, i Nazionalisti più beceri. L’amore cieco è una cretinata.

Cinque : il carbone bagnato. Sotto casa mia si sono accumulate sei o sette tonnellate di spazzatura; il paesaggio, il mio amato paesaggio, è realmente deturpato dall’abusivismo edilizio. Il nostro mare è una fogna, l’Aspromonte è degradato, la statale 106 è una pista di sfida alla morte, non funziona niente, gli ospedali, le scuole, le biblioteche, i musei. La media dei morti ammazzati della nostra terra è superiore a quella di tutte le altre regioni. La corruzione dilaga. Stai a vedere che ha ragione, ha urlato il mio pensiero più recondito. E si è trasformato in furia.

Sei: la tendenza al vittimismo. Sì ,ma dobbiamo sempre trovare fuori da noi una giustificazione. A costo di risalire al Risorgimento. Alla falsa unità d’Italia. Si stava meglio quando si stava peggio. I martiri del Mezzogiorno. E così via. Tutte scuse, lo sappiamo, ma ci fanno star meglio.

In realtà mi sarei dovuto arrabbiare con me stesso. Con me e con tutti noi calabresi, che ancora siamo incapaci di produrre quello sforzo che ci può condurre alla consapevolezza, unica soluzione possibile al nostro male. Prenderci la croce sulle spalle, e camminare per strade nuove, lasciando da parte il nostro caratteraccio, le nostre tare centenarie, una visione riduttiva della realtà, e, soprattutto, il complesso d’inferiorità di cui siamo vittime e che si traduce in spavalderia d’accatto e faciloneria.

Solo una sana e consapevole libidine di renderci liberi da noi stessi e dalla nostra storia ci salverà. Altrimenti continueremo ad essere i bambini del mondo. E l’esempio di Gavroche (personaggio dei Miserabili di Hugo), anima pura cresciuta tra il degrado più totale, dovrebbe illuminarci. Gavroche infatti muore, ed è l’unica via per suggellare il riscatto.

Dobbiamo crepare anche noi?