L'ANALISI. L'università calabrese tra campanilismo e regionalismo

L'ANALISI. L'università calabrese tra campanilismo e regionalismo

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Nei giorni scorsi, in Calabria Live, Franco Bartucci ha difeso la validità della recente decisione dell’UNICAL e dell’Università Magna Graecia di creare la laurea in Medicina e Tecnologie digitali, progetto della cui importanza sono convinto e il cui modello, con i colleghi Roberto Bartolino e Giuseppe Gigli, ho anche proposto all’attenzione dei paesi centroamericani.

Le discussioni all’origine dell’articolo di Bartucci hanno un elemento di déjà vu che fa pensare all’orchestra del Titanic mentre affondava, con la differenza che il Titanic affondò in poche ore, mentre a nessuno pare interessare il problema della sostenibilità demografica del sistema universitario calabrese, le cui criticità non sono di oggi, ma emergono dai dati degli ultimi venti anni, e le cui prospettive per i prossimi venti richiedono coraggiose decisioni politiche che, piuttosto di  indulgere a rispondere a piccoli interessi locali, si inquadrino in un piano coerente di sviluppo regionale che assicuri la sopravvivenza di un sistema universitario eccellente che quelle criticità minacciano.

I dati dell’anagrafe studenti del MIUR e dall’ISTAT sono noti.
Quelli relativi all’immatricolazione (Tabella 1) delle tre grandi università calabresi sono impietosi. Per comodità di confronto, eccetto che per gli anni 2003-2004, 2013-2014, e 2019-2020, la tabella presenta medie su periodi di tre anni (due nel caso 2017-19)

Tabella 1

AA

Calabria *

UMG

UNICAL

UM

Italia

2003-2004

10405

2580

6087

1738

335135

2004-2007

9706

2400

5544

1728

320294

2007-2010

8894

1920

5281

1567

298793

2010-2013

7072

1416

4266

1275

279811

2013-2014

6971

1792

4109

957

269653

2014-2017

6457

1568

3992

753

279007

2017-2019

6572

1792

4002

668

296703

2019-2020

6411

1761

3845

710

313194


Tra il 2003-2004 e il 2013-2014 si ebbe un declino nazionale generale nelle immatricolazioni. Diminuirono del 19.5 %. Nelle Università calabresi la diminuzione fu maggiore, del 30.5% all’UMG, del 32.5% all’UNICAL, e del 45.5% all’UM.

Dopo il 2013-2014 si registró un recupero nelle immatricolazioni a livello nazionale. Nel 2019-20 esse sono giunte ad essere il 93.5% di quelle del 2003-2004. Questo recupero non si è registrato in Calabria, dove l’UMG e l’UNICAL hanno solamente decelerato la diminuzione, mentre all’UM la tendenza non è mutata.

Se si considerano questi dati contestualmente a quelli di residenza degli studenti immatricolati, di residenti calabresi immatricolati in università di altre regioni e a quelli demografici, nazionali e calabresi, non si può non convenire che è necessaria e urgente una riflessione sul futuro del sistema universitario calabrese.

Nel 2019-20, la quasi totalità degli studenti immatricolati nelle tre maggiori università risiedevano in Calabria (UNICAL 98%, UMG 95%, UM 94%), con medie, dal 2003, rispettivamente, del 94, 95 e 93 %. Però essi sono lungi dal rappresentare la totalità degli studenti universitari residenti nella regione.

Nel 2003-2004, 4873 giovani calabresi si immatricolarono in università di altre regioni. Il loro numero decrebbe a 3044 nel 2013-2114, per poi da allora risalire ai 4130 del 2019-20. Gli anni della decrescita, che fu molto maggiore delle altre diminuzioni di quegli anni, furono caratterizzati da una política di aumento dell’offerta formativa che, probabilmente, contribuí a controllare la decrescita cui ci riferivamo nella Tabella 1.    

Spesso si lamenta che le limitate opportunità che offre la Regione favoriscano una fuga dei cervelli, ma essa comincia ben prima della laurea se il numero dei giovani residenti in Calabria che sceglie di immatricolarsi in altra regione è quasi il 40%. Negli ultimi diciassette anni i cervelli persi in questo modo sono stati 66568, più degli abitanti di Crotone o di Vibo Valentia, poco meno di quelli di Catanzaro.

Nessuna regione può permettersi questa perdita, ma, se non si corre ai ripari, il problema non potrà che aggravarsi nei prossimi dieci-vent’anni. La popolazione calabrese, stabile tra il 2001 e il 2010 intorno ai due milioni, è da allora diminuita di circa il 5 %, ma l’indicatore-chiave cui guardare pensando all’Università è la natalità.

È un probema generale italiano, non solo calabrese. In Italia, tra il 2001 e il 2008 le nascite sono aumentate da 535.000 a 576.000, ma poi si è avuta una diminuzione violenta e accelerata. In sette anni si passò la soglia delle 500.000 e si prevede che quest’anno sarà passata quella delle 400.000, di cui il 15% ha entrambi i genitori non italiani (chi ha orecchie per intendere, intenda). La Calabria, che non si beneficiò della crescita del primo decennio del secolo, è passata dalle circa 18.000 nascite di quel decennio alle circa 15.000 attuali.

Questo significa che l’Università, italiana e non solo la calabrese, ha dinanzi a sè 6-7 anni, forse 10, di tempo per ristrutturarsi e adeguare il sistema nazionale alle mutate condizioni. Il futuro dirà che modello prevarrà.

In ogni caso parrebbe evidente che le tre maggiori università calabresi debbano in primo luogo prefiggersi recuperare il bacino dei giovani che studiano altrove. Questa meta, che richiede evidentemente una interlocuzione con la società civile, non è chiaro che basti. Un altro strumento, ma non certo il principale, può essere l’internazionalizzazione, che non può che essere oggetto di un approccio regionale, ne tratterò in altra opportunità.

Non è certo strumento utile il campanilismo di chi guardi a un presunto danno al prestigio di una città o istituzione, senza rendersi conto della gravità della situazione.
Il sistema universitario calabrese è una delle maggiori risorse, dirette e indirette, della regione. Di questo farebbe piacere si parlasse alla vigilia delle prossime elezioni regionali che decideranno chi e come dovrà affrontare politicamente questi problemi. Per la successiva Assemblea regionale potrebbe essere troppo tardi.  

*già docente di Fisica all'Unical