Culu, lat. Culus, greco classico kòlon, intestino grasso, accadico qulu, qullum, grosso cerchio, parte posteriore media del corpo umano costituita esternamente da un emisfero diviso in due colline più o meno ondulate ( mappi d’u culu in calabrese, nci scumbogghiài i mappi d’u culu e nc’i russicai a maschiati, gli/le ho scoperto le chiappe e gliele ho fatte rosse a schiaffi) e nella parte terminale del tubo digerente, donde in Toscana il metonimico budello.Da noi si usa prosu, dal verbo latino prosum, sono d’aiuto, evidentemente collegato al grande sollievo che la liberazione dalle feci, che per esso si compie, dà alla serenità quotidiana dell’uomo; da prosu deriva mprosari, fregare, equivalente al nord-italico buggerare.
Target ‘sensibile’ nell’eros dell’età classica: Platone esaltava l’amore che elevava l’anima, la philìa omosessuale, che, a differenza dell’amore eterosessuale producente corpi sottoposti a transizione e decadenza, elevava l’anima al mondo delle idee.
Ma le religioni ‘del libro’ proscrissero per secoli l’amore ‘contro natura’, il ‘vizio nefando’, dalla lista dei piaceri ‘autorizzati’ e (soprattutto il cristianesimo cattolico nell’Europa occidentale) punirono con la morte sul rogo chi vi si dedicava, i famosi ‘sodomiti’; e, per evitare che nell’aria rimanesse a lungo l’odore di carne eretica/erotica bruciacchiata, facevano aggiungere abbondanti semi di finocchio alla grigliata; donde il soprannome di chi a quelle pratiche si sarebbe dedicato anche nei secoli successivi.
Eppure del piacere proibito sono rimaste tracce linguistiche rilevanti: in Logudoro la parola entra in nessi che esprimono desiderio smodato: ‘cul’i drucche’, persona a cui piacciono molto i dolci, cul’i petta, attratto dalla carne, cul’i sindria, amante delle angurie, e via di questo passo.
La parola irrita, ancora oggi, i benparlanti; però, oltre che dagli autori comici di tutte le epoche, viene legittimata all’uso dall’Alighieri quando (Inferno, XXI 136-139) ci presenta una decina di diavoli, comandati da Barbariccia, mentre partono a controllare l’esecuzione delle pene contro i barattieri: Per l’argine sinistro volta dienno / ma prima avea ciascun la lingua stretta / coi denti, verso lor duca per cenno; / ed elli avea del suo cul fatto trombetta.
Barbariccia dunque dà il segnale di partenza alla ‘turpe decina’ e, forse anche, prende commiato da Virgilio e da Dante, i saluta c’u culu, si direbbe in lingua calabra.
Botta ‘i culu, colpo di fortuna; chi culu! Che fortuna!, culutu o sculatu, molto fortunato, specialmente al gioco delle carte dove l’assistenza della buona sorte deve essere continua.
Paradossale l’immagine del fortunato che, caduto in mare, non solo non affonda ma ne esce c’u culu chinu i calamareddhi, cioè recando grappoli di calamaretti attaccati al culo.
Culutu è anche chi ha il culo rilevante, come la protagonista del limerick che segue:
Donna Ciccia la culuta
jetta pirita a la nchianata
e cu passa la saluta
a Donna Ciccia la culuta.
Pìditu, peto, dal latino peditum, crepitum ventris, o pìritu, onomatopeico o dal greco pur-os, fuoco, designano in calabrese il gesto di Barbariccia: piritu i lupu è detto di bambino che si dà arie ma è anche un fungo.
Piritu si declina all’accrescitivo, Pirituni o Piritazzu, peto di chi ha una rilevante cassa armonica, o al diminutivo, Piritillo, quasi peto di signorine a modo o di bambini, o anche nel verbo Piritari; non sapiva s’era pìritu o s’era cacata, non sapevo se fosse peto o cacata, indica nel linguaggio farsesco l’indecisione dello scettico di fronte a qualcosa di sconosciuto.
L’onomatopea è alla base anche del logudorese trògghia, scorreggia, pernacchia, trogghiòne, scorreggione.
In ogni borgo c’era qualcuno che, a volte con merito e a volte no, entrava nell’epica locale per prodezze deretane (fuoriuscite cioè dall’anello, anus, posteriore, de reto) assumendo così, sibi et suis heredibus, l’augusto soprannome di Piritaru.
Facc’i culu erano invece persone di ‘mala razza’ e con la faccia dura, che non risentivano delle critiche e perseverano nella loro tracotanza.
Facciculu era stata anche la ‘ngiuria’ di un severo antifascista melitese, semicieco, corpo e faccia rotondeggiante, taciturno ma molto acuto nelle scelte politiche.
Viveva facendo l’ovaru, cioè il raccoglitore di uova dalle famiglie dei contadini; si spostava nei paesi vicini a bordo di una bicicletta che, spesso, lasciava nelle marine inerpicandosi verso i casolari di collina e recando due capienti panieri di canna nei quali, senza l’ausilio di alcun ammortizzatore degli urti, stipava decine di uova.
Nei giorni successivi quei preziosi cumuli di proteine sarebbero finiti nei retrobottega delle pasticcerie reggine dove avrebbero assunto la forma di creme saporite per i sapienti palati degli intenditori.
E in tutti quei viaggi, in bici o a piedi o su treni zeppi di pendolari, mai nessuno uovo era stato minimamente ammaccato; tantum fecit prudentia di Facciculu.










