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Maligredi di Criaco e l’uso della lingua in chiave identitaria

Maligredi di Criaco e l’uso della lingua in chiave identitaria
giocri Nell’ultimo romanzo, il quinto dopo Anime Nere, Zefira, American Taste, Il Saltozzoppo, Gioacchino Criaco, non pago dell’aver elaborato una trama complessa, ricca di messaggi di “rottura” rispetto ai canoni tradizionali del romanzo realista, compie anche un’interessante lavoro di contaminazione linguistica, a voler ribadire che oltre al testo narrativo, anche le parole, selezionate con estrema cura, sono chiamate ad adempiere ad uno specifico compito: innovare e trasmettere significati ulteriori rispetto a quelli dell’uso comune.

E così l’autore, che in qualche passo dei precedenti romanzi, aveva attraversato i sentieri del dialetto calabrese; ne “La Maligredi”, svincolato da ogni remora espressiva, al chiaro fine di supportare interpretazioni simboliche di dati reali, procede, non tralasciando la funzionalità della lingua alla narrazione, sia con le gnure delle rughe, nel linguaggio colloquiale-dialettale, che col giovane Isidoro appassionato perdente di lunghe giocate a “flipper”- nel linguaggio giovanilistico gergale, e giunge assieme a Papula, all’uso enfatico della parola sovvertitrice di mai sopite pulsioni rivoluzionarie degli “africotelli”.

Tuttavia, la pastiche linguistica presente nell’opera, viene ulteriormente arricchita da incursioni nella Grecìa calabrese: dunque nel territorio che per diritto di nascita appartiene alla cultura dell’autore.

"Khora pimmi lu rrusti... Addhena mi lu castìa... e li Naradi mi nci mangianu li figghi,” sono tutti intelligibili richiami alla parlata grecanica e manifestano la volontà dell’autore di riaffermare l’uso della lingua in chiave identitaria.

E’ un’operazione sottotraccia, a cui lo scrittore non si sottrae ed anzi asseconda con molteplici richiami ad antiche credenze rituali, vigenti tutt’ora in Calabria. Ciò che appare palese, è il richiamo alle teorie elaborate da Gerald Rohlfs, il glottologo tedesco così caro ai calabresi, sulla discendenza diretta della lingua parlata nelle aree grecaniche, da quella dei coloni magnogreci.

Ovviamente lo scrittore e lo studioso hanno compiuto un ideale percorso a braccetto nel tendersi la mano verso “cunti” che rappresentano una continuità tra tradizioni antiche e modernità, segni importanti da valorizzare in maniera coerente con la storia millenaria dei luoghi. La “scordanza” di un patrimonio illustre difatti, può avere effetti deleteri sulla cultura del territorio, soprattutto laddove, un alluvione “mbentatu”, al pari di tante illusorie visioni somministrate da storici e politici forestieri, hanno determinato una ricostruzione posticcia, foriera di disorientamento per tutti: giovani ed anziani. Con riferimento alla parlata grecanica, peraltro, le espressioni ed i personaggi del libro fanno un tutt’uno, rappresentano emblemi di caratteri ritrosi ed austeri, con tratti enigmatici, sono naturalmente gli amatissimi pastori d’Aspromonte.

Dunque con tre registri linguistici ai quali fare riferimento il lettore de “la Maligredi” non ha proprio di che annoiarsi. E che dire dei richiami gastronomici a stimolare la ricerca e solleticare il palato?

“… n’zuddhe, zippole con le sarde, micciunate e petrali, le immancabili olive e i formaggi, sembra anche avvertirsi un persistente aroma di caffè a tenere compagnia l’ammirato lettore, nei momenti di solitudine.

E invece, il romanzo, nell’uso della lingua, - tema unico di questa digressione, senza alcun fine accademico - riserva ulteriori sorprese.

Tra le righe del romanzo, proprio nelle descrizioni di personaggi-chiave, si annida un quarto registro linguistico.

L’autore procede oltre il dialetto, oltre lo slang giovanile e colloquiale di certi personaggi, oltre il greco antico per approdare smaliziato e sicuro, direttamente nel territorio surreale del neologismo.

Inutile affaticarsi ad accatastare ai piedi del leggìo, almeno due dizionari: - uno della lingua italiana ed uno del dialetto calabrese -   inutile sperare nell’occasionale anziano di passaggio, onde ottenere la spiegazione etnografica dell’importantissimo istituto della “Rota” e la traduzione simultanea di “jazzu” e di “figghi di malafimmina mpuzzunata” e di “maddigghia”.

Con i neologismi di Criaco la disfatta del lettore giunge ad un punto di non ritorno, direi, è inevitabile.

“Strologamento” è l’esito finale della malìa generata dalla parola scritta, proprio quella che lascia una traccia indelebile in chi legge, facendo affiorare, anche dopo aver terminato la lettura, concetti importanti.

Tra le parole reinventate dallo scrittore ne ho appuntate due: “drittizza” e “ominità”, mi sono sembrate significative dell’etica dell’autore, una sorta di manifesto di pensiero che evidenzia anche lo scopo finale della narrazione.

L’ominita’ espressione metaforica dell’essere uomo “è una favola” che, a detta dell’autore, trae origine direttamente dal di dentro, dalla cosa più preziosa di ogni essere.

Ci fece mettere una mano sopra l’altra e ce le strinse con la sua che aveva libera. Le dita mi formicolavano e mi salì dentro la cosa più preziosa che aveva. Non la favella. Mi sentii in corpo il suo cuore che si affiancava al mio e ci pulsava insieme, mi mandava in giro un sangue che mi pulì la vista.”

L’opzione a favore dell’una o dell’altra dipende dunque da quello che gli studiosi definiscono “scelta valoriale”. Il dritto è il forte privo di “sostanza umana”, è solo apparentemente un vincente, la drittizza dunque è un orpello, il segno tipico di una personalità adeguata alle apparenze esteriori ma vuota all’interno. L’ominita’ è l’energia morale che nasce dal di dentro, che rende maturo l’individuo e lo pone nella dimensione ideale per sfidare gli stereotipi, proprio come con il romanzo intende fare il nostro autore.