IL CORSIVO. Il caldarrostaio multato e il paradosso della legalità ingiusta

IL CORSIVO. Il caldarrostaio multato e il paradosso della legalità ingiusta

caldarrostaio

Le mani nere immerse nel calore delle castagne, i vestiti come quelli dei minatori e le stesse facce.

Il sudore copioso scende dalla fronte, il carbone si consuma lentamente ma in modo incessante e deve essere sostituito via via. Braccia forti e vigorose devono impugnare e far dondolare la caldaia, piccola ma pesante, per fare arrostire in modo omogeneo le castagne.

Il caldarrostaio fa un lavoro pesante e faticoso che si esaurisce in poche settimane: il tempo delle castagne. Servono soltanto: un misero banchetto con sopra un cesto e un sacco per depositare e isolare il prodotto finito, qualche cassetta con le castagne crude, tante bottiglie d’acqua del rubinetto, o meglio qui da noi della diga del Menta, per dissetarsi continuamente dall’arsura provocata dalle castagne che vengono arrostite.

Il ritorno a casa del caldarrostaio significa un ritorno con qualche euro in più per mantenere la famiglia. Non molto. Un lavoro senza un registratore di cassa e con una bilancia solitamente di dubbia “taratura “. Un lavoro che viene svolto in gran parte dell’area europea dal Portogallo alla Turchia. Il lavoro si svolge solitamente senza pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico e senza partita Iva ed è certamente un lavoro duro di quelli che vengono svolti da secoli per “campare”.

Poi arriva la pattuglia dei vigili o della polizia alle 19 di sera e manda a casa caldarrostaio e clienti in attesa. I clienti in attesa del cartoccio mugugnano. Il caldarrostaio accompagnato con una multa, magari superiore al guadagno di un anno. Sia chiaro: la legalità viene così riaffermata.
Ma la giustizia ha trionfato?