L'ANALISI. Quando Falcone spiegò perché il Terzo Livello è un equivoco

L'ANALISI. Quando Falcone spiegò perché il Terzo Livello è un equivoco

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È evidente che è la mafia ad imporre le sue condizioni ai politici, e non viceversa. Essa infatti non prova, per definizione, alcuna sensibilità per un tipo di attività, quella politica, che è finalizzata alla cura di interessi generali. Ciò che importa a Cosa Nostra è la propria sopravvivenza e niente altro. Essa non ha mai pensato di prendere o di gestire il potere. Non è il suo mestiere.

A proposito del dirottamento di voti nella consultazione elettorale del 1987, Francesco Marino Mannoia ci ha detto: «E stato provocato da Cosa Nostra per lanciare un avvertimento alla Democrazia cristiana, responsabile di non aver saputo bloccare le inchieste antimafia dei magistrati di Palermo». I suffragi sottratti alla Democrazia cristiana non sono passati automaticamente ad un altro partito, ma sono confluiti verso quei partiti che avevano assunto una posizione fortemente critica nei confronti della magistratura: il Partito socialista e il Partito radicale.

Salvatore Greco, attualmente detenuto, è soprannominato ironicamente da Cosa Nostra «il Senatore» per la sua passione politica, il che la dice lunga sul distacco con cui la mafia guarda alle vicende politiche.

Questa presa di distanza dalla politica trova conferma nelle dichiarazioni che Francesco Marino Mannoia, secondo quanto si è appreso dalla stampa, avrebbe reso alibi (Mannoia si trova attualmente sotto la protezione del governo americano). «Sì, Cosa Nostra ha ricevuto pressioni durante il rapimento di Aldo Moro perpetrato dalle Brigate rosse nel 1978. Che cosa le si chiedeva? Di mettersi in contatto coi terroristi per ottenere la liberazione dell'ostaggio.» La Cupola si riunì allora su richiesta di Stefano Bontate, il boss più vicino alla Democrazia cristiana, ma si spaccò immediatamente in due: gli amici di Bontate, favorevoli all'intercessione, e i «Corleonesi» con Pippo Calò, contro. Questi ultimi hanno finito per avere la meglio, in ossequio alla regola: «Gli affari politici sono cosa loro, non nostra».

Non bisogna tuttavia credere che Cosa Nostra non sappia, in caso di bisogno, fare politica. L'ha fatta alla sua maniera, violenta e spiccia, assassinando gli uomini che le davano fastidio, come Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, e democristiano, nel 1980; Pio La Torre, deputato comunista, principale autore della legge che porta il suo nome, nel 1982; e Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana nel 1979. Questi crimini eccellenti, su cui finora non si è riusciti a fare interamente luce, hanno alimentato l'idea del «terzo livello», intendendosi con ciò che al di sopra di Cosa Nostra esisterebbe una rete, ove si anniderebbero i veri responsabili degli omicidi, una sorta di supercomitato, costituito da uomini politici, dà massoni, da banchieri, da alti burocrati dello Stato, da capitani di industria, che impartirebbe ordini alla Cupola.

Questa suggestiva ipotesi che vede una struttura come Cosa Nostra agli ordini di un centro direzionale sottratto al suo controllo è del tutto irreale e rivela una profonda ignoranza dei rapporti tra mafia e politica. L'idea del terzo livello prende le mosse, distorcendone il significato, da una relazione svolta da me e dal collega Giuliano Turone ad un seminario del 1982 a Castelgandolfo. Insieme avevamo redatto un rapporto sulle tecniche di indagine in materia di delitti mafiosi. Avevamo sottolineato che la mafia non è un'organizzazione che commette delitti suo malgrado, ma un sodalizio avente come finalità precipua il delitto; per esigenze sistematiche avevamo distinto i delitti «eventuali», come li avevamo definiti, da altri «essenziali». In altre parole, i reati come contrabbando, estorsioni, sequestri di persona, cioè i delitti per cui si è costituita l'organizzazione mafiosa, li avevamo classificati di «primo livello».

Al «secondo livello» avevamo classificato i reati che, non costituendo la ragion d'essere di Cosa Nostra, ne sono tuttavia l'indiretta conseguenza: per esempio, l'omicidio di un uomo d'onore che si è macchiato di uno sgarro nei confronti dell'organizzazione. Restavano i reati non classificabili né come essenziali o strutturali (di primo livello), né come eventuali (di secondo livello), ma che venivano perpetrati in un dato momento per garantire la sopravvivenza dell'organizzazione: l'omicidio di un prefetto, di un commissario di polizia, di un magistrato particolarmente impegnato. Ecco quindi il delitto di «terzo livello».

Attraverso un percorso misterioso, per non so quale rozzezza intellettuale, il nostro terzo livello è diventato il «grande vecchio», il «burattinaio», che, dall'alto della sfera politica, tira le fila della mafia. Non esiste ombra di prova o di indizio che suffraghi l'ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in semplice braccio armato di trame politiche. La realtà è più semplice e più complessa nello stesso tempo. Si fosse trattato di tali personaggi fantomatici, di una Spectre all'italiana, li avremmo già messi fuori combattimento: dopotutto, bastava un James Bond.

Ciò non toglie che sia legittimo e doveroso chiedersi come mai non siamo ancora riusciti a scoprire i mandanti degli omicidi politici. A parziale discolpa, potremmo dire che non abbiamo ancora scoperto neanche molti autori di delitti non politici. Ma sarebbe una giustificazione meschina. In realtà, trovo utopico pensare di risolvere i delitti del «terzo livello» se prima non sono stati risolti quelli dei livelli precedenti. Considero poi che la ricchezza crescente di Cosa Nostra le dà un potere accresciuto, che l'organizzazione cerca di usare per bloccare le indagini. Mi sembra infine che le connessioni fra una politica «affarista» e una criminalità mafiosa sempre più implicata nell'economia, rendono ancora più inestricabili le indagini. Con questo risultato finale: lo sviluppo di un sistema di potere che si fonda e si alimenta in Sicilia sulle connivenze e sulle complicità mafiose e che costituisce un ostacolo in più per delle indagini serene ed efficienti.

* COSE DI COSA NOSTRA di Giovanni Falcone in collaborazione con Marcella Padovani (pag 166/169).