
Nel momento in cui entra nel vivo il dibattito su un incremento sostanziale delle tasse a carico delle multinazionali, in primo luogo delle Big tech, per finanziare i vari piani che nel mondo si stanno predisponendo per uscire dalla crisi determinata dalla pandemia, vengono fuori alcuni dati che non si può fare a meno di accostare a questo disegno. La classifica redatta da Forbes ci dice che nel 2020 il numero di miliardari nel mondo è salito di ben 660 unità.
Al primo posto dei Paperoni troviamo Jeff Bezos di Amazon, con 177 miliardi; poi Elon Musk di Tesla, 151, Bill Gates di Microsoft, 124, Mark Zuckemberg di Facebook, 97 (poverino, verrebbe da aggiungere). Nel contempo, Bill Gates, con 242mila acri (quasi 100.000 ettari) è diventato il più grande proprietario di terreni agricoli privati degli Stati Uniti. Per fortuna, i tempi di Trump alla Casa Bianca sono tramontati, e anche in quest’ambito la collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico lascia presagire una nuova stagione, come ha affermato di recente Paolo Gentiloni, commissario europeo per l’Economia, in audizione sul Recovery plan davanti alle commissioni Bilancio e Politiche Ue di Camera e Senato: “Entro i primi sei mesi di quest’anno miriamo a raggiungere almeno dal punto di vista politico un’intesa globale. La Commissione Ue e i governi europei si sono impegnati a presentare una proposta e si cerca in primis un accordo globale, ma se mancherà entro metà anno questo accordo l’Europa non esiterà a andare avanti da sola”. La strada sembra spianata per raggiungere un accordo comune su Digital tax e tassazione minima: la nuova segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, ha annunciato che gli Usa non sostengono più la clausola del ‘safe harbor’ (porto sicuro) nei negoziati in sede Osce per la tassa digitale.
La clausola, proposta dal suo predecessore Steve Mnuchin, prevedeva una sorta di opzionalità della tassazione, permettendo ai colossi digitali americani di non sottoporsi alla nuova tassa. D’altronde, il mancato raggiungimento dell’accordo in ambito OCSE potrebbe condurre a soluzioni multiple e frammentate da parte dei singoli Stati.
Dopo il fallimento delle trattative in ambito Ocse a ottobre, Parigi ha deciso infatti di andare avanti con il prelievo della web tax. Secondo la legge dell’Unione europea, le aziende americane possono dichiarare i loro profitti in un unico Stato membro, nella maggior parte dei casi in giurisdizioni a bassa imposizione fiscale come l’Irlanda o i Paesi Bassi. Ma già nel 2019 il Parlamento francese ha approvato una tassa del 3% sul fatturato dei colossi del digitale, accusati di evasione fiscale per via del “trasferimento” degli utili in Paesi a bassa o nulla tassazione. La web tax francese si applica alle società con entrate derivanti da queste attività superiori a 750 milioni di euro a livello globale e 25 milioni di euro in Francia. L’imposta ha fruttato 350 milioni lo scorso anno alle casse pubbliche francesi.
Anche l’Italia ha lavorato a una propria web tax, approvata con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel gennaio 2020, il cui modello è molto simile a quello in vigore in Francia. Ma Washington non sta a guardare e sta valutando sanzioni: nel mirino, oltre all’Italia, ci sono Austria, India, Spagna, Turchia e Regno Unito. Il Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti ritiene infatti che la tassa sui servizi digitali adottata o in fase di attuazione sia discriminatoria nei confronti delle aziende digitali americane, violi i principi della tassazione internazionale e sia onerosa per le aziende degli Stati Uniti. Le sanzioni potrebbero arrivare già a giugno, anche se la volontà di collaborare dovrebbe, a questo punto, avere la meglio.
Anche secondo Pascal Saint-Amans, direttore del centro di politica fiscale dell’Ocse, potrebbe essere raggiunto un accordo entro l’anno, magari a luglio a Venezia quando si riuniranno i ministri delle Finanze del G20: “Parliamo di imprese che guadagnano tantissimo, che hanno tratto vantaggio dalla crisi e che quindi possono essere tassate dove sono le loro attività. È mandato Ocse arrivare a una tassazione delle imprese più remunerative in modo che possano essere tassate meglio nei Paesi in cui hanno le loro attività. Nell’economia digitale il varo di una tassa minima mondiale significa un gettito di entrate estremamente consistente”. L’obiettivo è che i Paesi di destinazione, dove si realizzano le vendite, recuperino qualcosa di più.
Il secondo pilastro dell’accordo è la previsione di una tassa minima sulle imprese, che negli Usa Biden vorrebbe portare al 21%. Su questa tassa minima l’Ocse sarà molto esigente e potrebbe fruttare alla UE 100 miliardi di euro in più. Tuttavia, il dibattito negli Stati Uniti è ancora in corso e gli esiti non possono essere certi in ragione della maggioranza risicata su cui possono contare i Democratici al Senato. Anche tra di loro, inoltre, non c’è unanimità di vedute. Sono stati già due i rappresentanti del partito di Biden a schierarsi per misure più morbide, anche se certo molto diverse da quelle varate da Trump nel 2017. Insomma, la situazione è fluida, e può essere espresso, come suol dirsi, un cauto ottimismo. Anche perché sarebbe clamoroso che alla ripartenza, in USA come in Europa, non dessero un contributo sostanzioso coloro che da anni accumulano utili incredibili, cui la pandemia ha dato nuova linfa. Mentre il mondo intero pativa, dal punto di vista sanitario ed economico.