L'INTERVENTO. La guerra in TV

L'INTERVENTO. La guerra in TV

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Adesso il nostro Colosseo è la televisione.
Belli spanciati a piedi avanti, le provviste di pop-corn dietetico e se si fa notte l’ordinazione di Sushi Gourmet preparato all’istante, una birra artigianale triplo malto con ingredienti rari e il pane lievitato otto ore con cereali rari della Val di Cucco.

Stravaccati sul divano ultra-comodo e naturalmente davanti lo schermo 60 pollici ultrapiatto collegato al diffusore sonoro e al sistema ottico sincronizzato a luce adattiva, il cellulare pronto per i commenti su tutti i social, e la contesa in corso osservata con il distacco dello statista e dello storico immortale, della stella intellettuale brillante di bellezza, di forma fisica, e di voluttà dell’uomo- o della donna- che non deve chiedere mai.

La guerra in Tv è la perversione del presente, il ponte verso il futuro dei sopravvissuti, la droga legalizzata che, inconsapevolmente, ci plasma e ci adatta alla nuova forma di società. La carità comunicativa, il Circo Massimo della violenza proiettata, lo sfogo della paura.

Meno male, ci sono loro e non noi, siano Ucraini, Afgani o Iracheni o Israeliani o Palestinesi poco importa, se le diano di santa ragione, alla fine solleveremo il pollice o lo abbasseremo, le agenzie di scommesse si mobilitano, già pronto il televoto, la guerra verrà quotata in borsa, si fabbricheranno degli allegri gadget e tutti, ma proprio tutti, danzeremo al ritmo dei mitra, chissà forse una nuova corrente Rock, o nuove ballate celebrative di eroi, o inni patriotici e Disco-dance correlati. Il Titanic affonda e noi balliamo al suona di una orchestrina.

Il dramma è totale. La pandemia ha spianato la coscienza collettiva, e adesso questa guerra ne ha polverizzato i frammenti. Da società liquida siamo diventati società gassosa. Volatili, divisi come molecole repulsive, pronti all’affermazione del proprio sapere atomizzato, la pressione sempre maggiore ci porta all’incandescenza e lo scoppio imminente, rallentato dai riflessi spenti nelle neo-droghe sintetiche, morali e intellettuali che siano, ci sembra lontano come un ricordo dell’infanzia.

Invece il baratro è davanti, due passi ed è fatta. L’obiettivo è raggiunto. Tanto tuonò che piovve, ed oggi piove, piove acido sulle tamerici salmastre dei nostri cuori rancidi, piovono presagi di morte totale sul nostro destino, passami una tartina ai gamberetti del Pacifico, accendi il riscaldamento e l’effetto caraibico, tra poco vado in palestra ma tranquilla amore, mi tengo aggiornato col tablet, la guerra insiste, dilania corpi, svuota memorie, uccide innocenti, sto comprando un’auto nuova, sto prendendo lezioni di leadership, sto affrontando il futuro da vincente, nulla potrà fermarmi, nulla.

Il male emerge sempre dove meno te lo aspetti. Un dittatore pazzo scatena una guerra fuori tempo massimo, e di colpo si accendono le spie di massimo pericolo. Un virus si diffonde come un lampo, e ci spiazza come un rigore di Pelè. Ma il male vero si annida nei salotti, fiorisce nei commenti, cresce a dismisura nelle contese verbali, nei discorsi in ascensore, nei messaggini telefonici. Il male, questa corazza d’indistruttibile indifferenza, di anti-empatia, di individualismo saccente e destinato, così pare, a finire in un grande scoppio, in una catastrofe collettiva.

La guerra in Tv è l’esercizio quotidiano della regressione bestiale nella quale siamo precipitati. La guerra di plastica, gli effetti speciali, mentre laggiù si muore, squartati, dilaniati, polverizzati.

Sangue, sangue, sangue, e noi facciamo il tifo.
Gente, ci vediamo all’Inferno.