L’ANALISI. Bastiat, chi fermerà gli eserciti nel mondo globalizzato?

L’ANALISI. Bastiat, chi fermerà gli eserciti nel mondo globalizzato?

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Diceva Frédéric Bastiat che “lì dove non arrivano le merci, arriveranno gli eserciti”. In effetti l’economia mondiale è notevolmente cresciuta negli scorsi decenni, anche grazie alla globalizzazione, mentre sono diminuiti i conflitti, specie tra i Paesi interdipendenti. Gli studiosi giustificano ciò con il progresso compiuto su tre “T”: i trasporti, che hanno reso lo scambio di merci conveniente anche tra i posti più remoti; le telecomunicazioni, con l’invio di informazioni ovunque in tempo reale; la riduzione dei dazi doganali e degli altri ostacoli al commercio tramite negoziati internazionali, prima tramite il GATT e poi in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Queste tre direttrici sembrano però oggi indebolite a causa della pandemia e di un aumento delle tensioni geopolitiche. È dunque opportuno chiedersi quale potrebbe essere il futuro dell’economia internazionale di fronte a questi mutamenti.

Le teorie economiche dimostrano che l’apertura al commercio internazionale aumenta nel complesso il benessere di un Paese e ne modifica la struttura economica: ogni Stato tenderà a specializzarsi in certi settori, diventando però dipendente dagli altri Paesi. Questo non è un processo indolore: le imprese nazionali meno efficienti e i settori dove il Paese ha uno svantaggio comparato tenderanno a scomparire. Un’apertura disordinata, con regole internazionali lacunose e senza misure compensative interne, porterà fatalmente ad accumulare tensioni, che dovranno trovare sfogo.

La domanda di protezione da parte dei “perdenti” della globalizzazione ha trovato i populisti a offrire soluzioni “semplici” per problemi enormemente complessi. Trump ha avviato una guerra commerciale con la Cina e ha minato il funzionamento dell’OMC. Così due delle tre “T” hanno subito un duro colpo.

Il settore tecnologico necessita di flussi globali ininterrotti; lo scontro tra le due superpotenze ha invece aggiunto incertezze alle prospettive economiche, mettendo potenzialmente in pericolo l’accesso a risorse naturali essenziali come litio e terre rare, e colpendo direttamente o indirettamente specifiche imprese come Huawei.

Il sistema istituzionale, a partire dall’OMC, già faticava da qualche anno a trovare ulteriori compromessi nella nuova tornata di negoziati commerciali (il c.d. “Doha Round”); gli USA hanno contribuito poi a manomettere il  sistema di risoluzione delle controversie dell’OMC, paralizzandone l’Appellate Body. Tale organismo aveva permesso di incanalare le controversie commerciali tra Stati in un regime paragiurisdizionale relativamente stabile e prevedibile, incentivando le relazioni e la fiducia tra Paesi, imprese, investitori.

La pandemia ha minato la restante “T” (i trasporti) con il rischio di far collassare definitivamente l’intero impianto. Le misure adottate dagli Stati per contenere la crisi sanitaria hanno ripristinato molte barriere tangibili e intangibili, danneggiando le catene globali del valore e contribuendo al fenomeno dell’inflazione. Le conseguenze più gravi sono oggi legate al trasporto navale, vero e proprio apparato circolatorio del commercio internazionale contemporaneo. Anche se la situazione pandemica sembra essere in tendenziale miglioramento, l’enorme arretrato da smaltire nelle spedizioni e la strategia c.d. “zero Covid” cinese stanno ancora influendo notevolmente su questo versante, mettendo a rischio la ripresa post-pandemica.

L’UE ha opposto un metodo diverso rispetto all’unilateralismo degli Stati Uniti, nella convinzione che gli squilibri fossero risolvibili aprendosi ancora di più. In tal senso l’Unione ha manifestato il suo tradizionale approccio normativo, orientato verso il dialogo multilaterale e la costruzione di istituzioni comuni. Le sue due strade sono complementari: sul lato interno ha investito per formare i lavoratori, e rendere le imprese più efficienti e produttive; sul lato esterno ha puntato su un nuovo modello di accordi commerciali, che oltre a ridurre i dazi, toccano temi come la sicurezza sul lavoro, l’ambiente, gli standard di produzione. Ciò dovrebbe limitare la concorrenza sleale verso le imprese europee, che già rispettano queste regole e quindi sopportano costi maggiori di produzione. Tutto ciò in una logica di dialogo anziché di scontro. Ricordava però Mark Eyskens che l’UE è un gigante economico e un nano geopolitico. In un mondo interdipendente, ma in cui non tutti rispettano le regole, questo è pericoloso. Lo vediamo oggi in Ucraina. In tempo di pace, per Paesi come l’Italia è molto più conveniente importare gas naturale, frumento, mais; e questo crea anche forti legami finanziari con i Paesi esportatori. Se una crisi porta all’interruzione di questi flussi, il benessere economico si incrina e ciascuno deve scegliere se adottare anche una postura geopolitica.

Si può quindi osservare che, in primo luogo, la ricchezza internazionale si basa anche sull’avere regole comuni. La mera apertura al commercio non basta: servono misure compensative interne per le fasi di transizione economica, e regole comuni esterne per avere un “level-playing field” e limitare la concorrenza sleale. Altrimenti il sistema non sarà sostenibile e presto o tardi collasserà.
In secondo luogo, l’interdipendenza economica è di per sé neutra; se le giuste regole sono previste e rispettate, tutti i Paesi prospereranno; in caso contrario si arriverà a una situazione di disordine mondiale, con gravi danni economici secondo i rapporti di interdipendenza.
In terzo luogo, la realtà è complessa. È ingenuo separare economia e geopolitica, se si vuole mantenere la propria potenza. L’UE sembra di recente averlo capito, avviando progetti come il “Global Gateway” in alternativa alla proposta cinese di una “nuova via della seta”, o rimettendo in moto i piani per una difesa comune europea con la “Bussola Strategica” e con il “Fondo europeo per la Pace”, che stanno già avendo effetti sulla guerra in Ucraina.

L’economia internazionale ha beneficiato dell’apertura dei commerci e delle conseguenti interdipendenze economiche, produttive, commerciali. Ma l’apertura disordinata e sregolata rischia oggi di minare il sistema. Il convergere di crisi endogene ed esogene costituisce un momento trasformativo per tale apparato. Gli attori internazionali devono ora scegliere se ricostruirne “meglio” l’architettura, come proposto da Biden o dall’Unione Europea, o se tornare a chiudersi nei propri confini, riducendo la propria ricchezza e aumentando di conseguenza le tensioni geopolitiche in un circolo vizioso. Si può allora riformulare la massima di Bastiat per il nuovo millennio: non dove arrivano le merci, bensì finché esistono regole comuni, non arriveranno gli eserciti. Se la comunità internazionale darà prova di maturità, gli eventi trasformativi in corso costituiranno un’opportunità per costruire un sistema equilibrato, che garantisca la pace e la prosperità comune.