
Non so se sono fortunato. So però che sono felice. Poteste solo immaginare come sono felice. Ma ci ripenso: non sono fortunato. Càpita. Eppure, Dio come sono felice. E non ha importanza se credo in Dio, vi basti solo che sì, sono felice, Dio come sono felice.
È triste che il mondo stia cadendo a pezzi, che la morte aleggi su di esso. È terribile. “Malattia, guerra e morte” è il riassunto dei nostri tempi, di sicuro non uno dei periodi più belli della storia umana. Terribile. Viene spontaneo dire che no, non è giusto. Forse non lo è, per me non lo è. Ma chi siamo noi, chi sono io, per dire cosa sia o non sia giusto?
Posso dire però che no, non sono fortunato.
Sono diciassettenne e, forse troppo precocemente e senza cognizione di causa, non augurerei a mio figlio di vivere contemporaneamente una pandemia e la paura di un conflitto mondiale. Sono decisamente agli antipodi della fortuna. Ma lo dico chiaramente: non me ne può fregar di meno, né della mia sfortuna, né tantomeno della fortuna altrui. E forse, non solo di questo. Sì,
Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
La guerra, la pandemia, la morte; non sono niente o quasi rispetto a cosa è veramente preoccupante. E a proposito di guerra, malattia e morte: Sono felice non perché sono vivo -che me ne dovrei fare di una vita fine a sé stessa, dovrei forse esultare per essere una belva? - No, né tantomeno perché sono in salute, men che mai perché vivo in pace. Poi, figuriamoci per essere “fortunato”. Sulla fortuna, con tutto il rispetto per chi è così cieco da venerarla, ci sputo sopra.
Caro lettore, se credi di star leggendo un delirio, nulla ti vieta di crederlo, ma aspetta.
Purtroppo o per fortuna, riusciamo sempre a sopravvivere a carestie, malattie e guerre. La storia ce lo insegna, così come ci insegna che niente ci insegna. Non siamo i primi a vivere una pandemia, non siamo i primi a vivere una guerra, non siamo i primi a paventare la minaccia nucleare. Sì, si potrà contestare che siamo i primi a vivere contemporaneamente tutto questo amalgama di male, ma ripeto, poco importa.
Eppure siamo i primi a vivere una tragedia tutta nuova.
Ti chiedo, attento lettore: ti è mai capitato di guardare negli occhi un giovane, sprofondare nella sua mente, cercare il riflesso del futuro nella sua anima e, formidabilmente, quasi inaspettatamente, scorgere il nulla? Se la risposta è negativa, t’invito a provarci. Ti sentirai male. Il vuoto cercherà di prendere il sopravvento, ti annichilirà, se tu non opporrai resistenza. Sarà come una maledizione, una ferita che per sempre sentirai aperta. Vivrai per sempre sapendo che lì fuori un morto sta camminando, e tu non sei riuscito a farlo resuscitare. Perché sì, possono essere resuscitati, se si vuole. Vivrai per sempre conscio del fatto che questa peste mieterà altre e altre vittime, con la paura che un giorno tu potrai trovarti indebolito e privo delle forze per combattere; con la paura che un giorno il mondo intero cadrà vittima nel vuoto.
Dovrebbe ora esserti chiaro il motivo della mia felicità. Se non lo è, sarò esplicito: sono felice perché sono libero. La mia felicità è la mia libertà.
Lo so, è inevitabilmente provocatorio dire, proprio oggi, che anche la guerra è una banalità, e sia chiaro, lungi da me sminuire il dramma umanitario che tutti siamo costretti a vivere. Ma guarda nel tuo passato: troverai un partigiano che in guerra ha preferito morire libero piuttosto che, senza passione, vivere da morto. Guardati intorno: oggi si vive da morti. Un indizio del perché ci è già stato illustrato con una chiarezza disarmante dal “grande inquisitore” quando asserisce che: “nulla mai fu per l’uomo e per la società umana più insopportabile della libertà! Ma vedi codeste pietre, per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani, e dietro a Te l’umanità correrà come un branco di pecore.”
Oggi il pericolo, ormai diventato abitudine, è correre dietro chi, ormai da anni, decenni, prende queste pietre e le converte in pani. Ci fa paura, ci ripugna, ammettere che quotidianamente mordiamo i pani del deserto, che barattiamo la libertà con un vano benessere. Lettore, ti chiedo, chiedendolo a me stesso: sei veramente libero? Ti sta a cuore la libertà del tuo fratello? Se risponderai affermativamente, ti ringrazio: farai esistere il futuro.
A voi che nella disperazione alla vista dei vostri stessi figli piangete, manifesto il mio dispiacere per le vostre lacrime, sinceramente. Ma se veramente dispiace pure a voi, se veramente credete che la nostra generazione sia nella morsa del nichilismo (allora mi trovereste d’accordo), lavare il nostro vuoto con i vostri pianti non aiuterà. Se mai vedrete un giovane, impegnatevi a ridestarlo dal torpore del mondo.
Non chiedo molto.
La forza necessaria per dare, se non una carezza, quantomeno uno schiaffo.
*5C - Liceo Scientifico “L. Da Vinci”, Reggio Calabria