IL DIBATTITO. Guerra, la retorica della propaganda e l'elogio della diplomazia

IL DIBATTITO. Guerra, la retorica della propaganda e l'elogio della diplomazia

Zelensky

Non esistono alternative ragionevoli a trattative di pace. Intanto due guerre continuano. La guerra combattuta e la guerra della propaganda. La seconda condotta inevitabilmente con forzature e, quando serve, con fake news. Non è facile, perciò, valutare chi stia prevalendo nella guerra guerreggiata e ancor meno predirne l’esito. Le analisi sono contrastanti, troppo spesso condizionate dal pregiudizio dell’analista. E poi ci sono due grandi incognite, la nucleare, esorcizzata dal buonsenso, ma ventilata tanto ad Est come ad Ovest. Magari nucleare limitata, ma poi? E l’altra. Che farà il convitato di pietra, la Cina, che ha in agenda l’annessione di Taiwan?

Nella guerra di propaganda molto impatto hanno avuto i sei interventi del presidente Zelensky dinanzi ai Parlamenti di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Israele, Italia e Francia.

Il loro cliché è stato simile. Zelensky ha fatto leva sulla simpatia dell’audience. Sapeva di poterci contare e il cliché di base è stato adattato. Un solo errore, incomprensibile, dato il suo essere ebreo, alla Knesset, ma forse dovuto a una sua lettura disattenta di un testo probabilmente scritto da un eccellente speech writer. Un’ipotesi benevola potrebbe essere che questi, come molti russi e ucraini, forse non sospettasse il disagio che può generare già il solo sospetto di una strumentalizzazione della Shoah. (...)

La propaganda non è da meno dall’altra parte. Anch’essa, e non da oggi, fa ampio uso della storia, Alessandro Nevski, le guerre contro i polacchi, confermerebbero la russicità dell’Ucraina, anch’essa qualificata come mera espressione geografica. E non manca l’appello ai sentimenti. Ingrata Italia che dimentichi l’aiuto russo durante la pandemia!, aiuto rivendicato per altro anche dagli ucraini. Propaganda con punte di rara rozzezza, come quando minaccia una nuova distruzione di Varsavia, ma stavolta in 30 secondi, come se lo stesso non possa accadere a città russe come Kaliningrad, così vicina ai territori “nemici” o la stessa San Pietroburgo.

Accanto alla propaganda di guerra delle parti, quella nei paesi coinvolti, non tanto indirettamente, come il nostro. Certi esempi farebbero sorridere, se non provenissero dal direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani che ha rinfacciato ai molti (70 % ?) italiani contrari all’invio di armi in Ucraina l’indulgenza con cui alcuni tra loro, non certo il 70%, solessero considerare normale sparare sui barconi di migranti o proporre tesi innovative sul diritto alla legittima difesa. (...)

Su questo panorama complesso si innesta il tema delle sanzioni, anch’esso terreno di battaglia della propaganda. Si afferma che stanno mettendo in ginocchio l’economia russa. Si assicura con grandi titoli che i servizi segreti russi hanno piani di colpo di stato, salvo poi ridimensionare la notizia dicendo che necessita verifica. La fonte? Una talpa in stretto contatto con i servizi ucraniani. Ma questi contatti non potevano impedire che i servizi russi sbagliassero tanto nelle loro previsioni ? Gli effetti delle sanzioni non sono chiari. I paesi della Nato ne danno letture diverse, condizionati da problema interni. Si magnificano i valori dei beni sequestrati. Il presidente Draghi li ha quantificati in Italia in 800 milioni, quanto, secondo un articolo di due settimane fa su La Repubblica, l’Europa e il Regno Unito pagano in due giorni per petrolio e gas. Dall’altra parte si esalta l’efficacia delle contromisure e si prospettano ritorsioni attraverso altre sanzioni. Gli effetti sulla moneta e sull’andamento delle Borse sono contrastanti. (...)

Si abbandonino i richiami all’antisemitismo, alla Shoah, ai pogrom, al genocidio. Sono categorie troppo generali per essere usate in una guerra le cui radici sono concretamente geopolitiche.

Antisemitismo significa le leggi di Norimberga, le leggi razziali italiane, il caso Dreyfus, le leggi di Teleki in Ungheria, e potrei continuare con quelle in Cecoslovacchia e Romania e, andando indietro nel tempo, con Cattaneo e le interdizioni israelitiche o con l’espulsione da Spagna e Portogallo. Forse solamente i Paesi Bassi degli Orange e la Turchia di Solimano il Magnifico hanno una storia decente al riguardo. Non certo l’Ucraina dell’altro ieri (Chmelnicki) e di ieri (poco importa che il caso Demyanyuk sia un caso controverso, se non fu lui l’Ivan il Terribile di Sobibor e Treblinka e fu Marchenko, è solo rilevante per un’assoluzioe personale), né certo la Russia degli zar o quella sovietica, dove, se pure le persecuzioni che seguirono la cosiddetta congiura dei medici avevano anche altre radici, per molti anni i cittadini ebrei ebbero serie limitazioni nei loro diritti.

Lo stesso dicasi per il genocidio. Termine che copre casistica tanto amplia e differente da renderlo quasi neutro. Genocidio viene chiamata la conquista spagnola, in Messico, come rivendica il presidente López Obrador, nell’imperio Inca o in Hispaniola. Genocidio quello degli abitanti originari del Nord America e dell’Argentina, degli armeni dopo la Grande Guerra, dei serbi da parte degli ustascia, o dei musulmani della Bosnia o dei croati da parte dei serbi, e per tornare all’Italia, il termine è stato usato sia per quando fu parte attiva, in Etiopia e Libia, che quando italiane furono le vittime, le foibe.(...)

L’unica strategia possibile è la diplomazia, la moral suasion che può venire, più che dall’ONU, ingessata dal diritto di veto ancor più di quanto lo fu, novanta anni fa, la Società delle Nazioni, dalle sue agenzie specializzate.  Un ex alunno del Liceo dove ebbi la fortuna di formarmi, così come vi si è formato il più autorevole rappresentante del nostro Governo, disse, invano, nel 1939: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo”. La guerra era in corso da quattro mesi. Non fu ascoltato e seguì un’altra “inutile strage”.