L'INTERVENTO. Essere Ingegneri...

L'INTERVENTO. Essere Ingegneri...
Anni fa si tenne un convegno sugli Ingegneri e l’Unità d'Italia, e si impose la constatazione di un sensibile appannamento del ruolo degli ingegneri a fronte del contributo dato alla costruzione del paese: case, centrali, dighe, strade, aeroporti, ferrovie, ponti, acquedotti..., quando essere ingegnere era un avanzamento sociale significativo, in termini di status symbol. 
Oltre a essere classe dirigente si era pure operatori che lasciavano tracce ben visibili sullo scacchiere territoriale.
Nella società attuale non è più così: forse perché non c'è bisogno di opere, di infrastrutturazioni e tutto quel che si doveva fare è stato fatto? La società non ha più bisogno di ingegneri, l’ingegnere è obsoleto, è massificato? La società liquida ha omogeneizzato ogni cosa dentro un unico calderone?
Mentre ci sono discipline, fra le tante in cui si dirama l’ingegneria, e fra queste quelle strettamente vicine al virtuale e all’elettronica che godono di buona salute, e il coniare - e a volte adoperare opportunamente - termini come ingegnerizzazione sono invalsi nel linguaggio comune (dopo essere stati ideologicamente e fanaticamente respinti), per altri versi non risolto appare il nodo responsabilità degli specialisti-responsabilità della politica. E per restare nel settore della ingegneria civile sempre valida rimane la constatazione proveniente dall’interno della comunità scientifica: 'Negli ultimi decenni il mondo accademico sta compiendo nel campo dell'ingegneria (in specie quella civile) un percorso di progressivo allontanamento dal mondo esterno (professioni, imprese, pubbliche amministrazioni), pericoloso e involutivo. Per un verso a causa della crescente diminuzione del prestigio sociale del sistema universitario e dello status del docente universitario, che fa seguito al processo che ha interessato l'intero sistema scolastico, dovuto all'affermarsi senza freni di un insieme di valori che ha sempre minore considerazione per la cultura e i saperi, ma che si è svolto anche grazie all'incapacità del mondo accademico, e professionale, di contrastarlo. Né è di secondaria importanza il sistema di valutazione della ricerca scientifica e del reclutamento e avanzamento di carriera universitaria che ormai è diventato norma, basato su automatismi che portano i ricercatori a interessarsi di settori spesso molto lontani dalle pratiche ingegneristiche, sicchè la formazione culturale e gli interessi scientifici dei ricercatori si sviluppano lungo direzioni che rendono sempre più improponibili i rapporti con il mondo extrauniversitario e sempre meno appetibile, fuori dell'università, l'apporto di conoscenze che il mondo accademico è in grado di fornire.'  
E più volte si è imposta la surroga totale del potere decisionale in materia di scelte in contesti tecnici da parte dei soggetti politici e amministrativi, a voler certificare contemporaneamente un predominio e una capitolazione.
Un insieme di fenomeni, quindi, che trovano lontano le loro cause, a iniziare da quelle remote: le contestazioni sessantottine quando l'imperativo più cogente portava a dichiarare incompatibile il lavoro professionale con quello di docente (come se insegnare e ricercare - potesse dare frutti positivi muovendosi solo nell’ambito teorico). Sessantotto che, per di più, mise in discussione tutto e soprattutto la ingegnerizzazione del paese, la possibilità cioè di affrontare i problemi all'interno di un quadro razionale secondo il quale è possibile approcciare le dinamiche secondo il procedimento: stato iniziale-strumenti-condizioni al contorno-obiettivi. Fino a quelle più prossime: può dimenticarsi tangentopoli che vedeva nei lavori pubblici la sede principale di corruzione e tangenti? Caduto quel palazzo, in cui gli ingegneri erano di casa, caddero pure gli ingegneri. 
L’università di massa ha fatto il resto.
Ma, davvero, siamo inservibili, è tutto da buttar via, pur se troppo spesso si è asseverato, approvato, taciuto? 
Tanto in ambito accademico quanto a livello dell’esercizio della libera professione (bypassando tutta la materia degli studi privati ormai estinti, a certi livelli), posizionarsi nel contesto della sostenibilità e dell'intersettorialità appare lo scenario oggettivamente più praticabile: intanto, mettere intorno allo stesso tavolo professionisti di diverse discipline, operatori, amministratori, per studiare e proporre soluzione di macroscala su materie che pareva fossero dominio esclusivo degli ingegneri e che invece riguardano più soggettività, nel nome del recupero di una pratica improntata alla pianificazione e alla programmazione. Quindi, ma non per ultimo, mostrarsi all’altezza delle nuove sfide, delle nuove assunzioni di responsabilità, delle nuove priorità: la messa in sicurezza del territorio nazionale dai rischi idrogeologici, l'adeguamento degli schemi idrici, un piano casa, il sistema della mobilità, le città, le periferie, il comparto energetico, la green economy.
Essere ingegneri comporta tante cose, è una bella cosa, ancora.