Il racconto: La mia vita felice, da clochard

Il racconto: La mia vita felice, da clochard

clochard

ELISA GIOVENE -

L’odore che sentivo la mattina appena sveglio, non era certo quello del caffè, o dei cornetti appena sfornati in un classico “caffè”, ma quello dei cassonetti della spazzatura o dell’asfalto bagnato. La mia casa, poteva essere in un vicolo, o in una larga via, ma restava sempre e comunque il “marciapiede”. Vita da barbone, direbbero alcuni, vita d’inferno dico io, dove la “rinuncia”è il tema principale, ma non intesa come il “rinunciare a un qualcosa”, ma a “rinunciare a tutto”, anche alla tua dignità.

Non so nemmeno io, come la mia vita abbia potuto procedere in tal verso, ma un bel giorno mi sono ritrovato, a svegliarmi con il cielo che mi guardava dall’alto, ed io quasi incredulo, non godevo nemmeno di tanta bellezza. Non fu quindi una scelta, ma una serie di conseguenzialità che fecero da protagoniste, tant’è che io divenni quasi un burattino nelle loro mani, e venni trascinato in un vortice, dal quale non riuscii più ad uscirne. Eppure, strano a dirsi, la mia famiglia era benestante e paradossalmente fu questo il problema. Viziato, incompreso,assecondato nei miei più “assurdi” desideri, la mia vita era un rincorrere di nuove sensazioni,di nuove esperienze, da rinnovare ogni qual volta mi si presentava una qualsivoglia occasione.

La buona sorte, non fu dalla nostra parte, e mentre io “gozzovigliavo”, sempre alla ricerca di quel qualcosa che desse uno “ sprint” alla mia vita, quella dei miei genitori si preannunciava sempre più difficile, e lo divenne ancor di più con la morte di mio padre, tant’è che mia madre, non più in buona salute, andò a vivere da una sua sorella. Quale momento migliore, mi si poteva presentare, per riscattare finalmente la mia inoperosità e il mio disinteresse totale su quella che fino a quel momento era stata la mia famiglia?

Cercai disperatamente un lavoro, dico “disperatamente” perché passati i quarant’anni , sei già vecchio…almeno per questa nostra società, che non ci accoglie nel mondo del lavoro nemmeno a 20 anni. Il mio amore per la musica e per il teatro mi portò, sebbene con mille difficoltà , a lavorare sporadicamente come assistente fonico, ma la salita da intraprendere era difficile ed ardua. La mia vita proseguì , alternando momenti bui a momenti più sereni, ma tutto con difficoltà e perseveranza, una vita fatta di “inchini”, di “per favore”, di “grazie”, di “attese”… pesantemente difficile, pesantemente sconfortante, pesantemente umiliante. Tutto questo continuò, finché sconfortato e amareggiato, cominciai a “demordere”.

All’inizio confidai nell’aiuto di qualche amico, poi anche questo sparì e il dormire in macchina cominciò ad essere una consuetudine, ma quando mancarono materialmente anche i pochi soldi racimolati, non ci fu più neanche quella , perché fui costretto a venderla .La strada, iniziò ad essere “la mia casa”…un portone, una panchina, un angolo ,un cartone a mo’ di riparo , segnarono l’inizio dell’arte “dell’arrangiarsi”. Cominciarono a mancarmi, quelle che potevano essere le normali necessità: una doccia calda, una fumante colazione, il rannicchiarsi nel proprio letto. L’inferno era alle porte, e ne stavo prendendo coscienza. Mai, avrei pensato, che il rovistare nel pattume sarebbe stato per me normale ,mai avrei pensato di dover tendere la mano per chiedere una moneta,mai avrei pensato di fare la fila nei centri di accoglienza per un pasto caldo, mai avrei pensato che le mie scarpe una volta consumate , non avrebbero avuto delle sostitute, mai avrei pensato che tutto questo sarebbe potuto succedere.

Tutto mi scorreva intorno, quasi io fossi uno spettatore,uno spettatore invisibile , vedevo il “viver” degli altri ma non il mio. Tra i barboni ero soprannominato “il matto”, e sebbene la mia vita avesse preso questa piega, nella mia testa presi una decisione, che di sicuro non me l’avrebbe cambiata,ma che mi avrebbe fatto apprezzare anche questo “modus vivendi”.

Decisi di “vivere”, alla giornata, ma di “vivere”, poco importava se avessi dormito sotto un ponte o in un cartone, poco importava se avessi mangiato un panino o i resti trovati nel pattume, poco importava se il freddo mi avrebbe procurato sofferenze….io ero vivo e questo era quello che contava! Di contro, paradossalmente compativo il “genere umano”, stressato, arrabbiato…con una vita convulsa e sempre finalizzata a dover portare a termine qualcosa.

Io no… alla fine… ero felice della mia vita da clochard.