
di MARIA FRANCO -
Ci sono ragazzini che arrivano per la prima volta in carcere e colpiscono particolarmente perché hanno una struttura fisica ancora da bambini e, nello stesso tempo, sono un concentrato di rabbia, insofferenza, odio, che non sembrerebbe poter essersi accumulato in appena tre lustri di vita.
Quando arrivano in classe, cinque minuti di conversazione (se te li concede) bastano per farti cogliere quali e quante sono quelle che, in burocratese scolastico, sono le “lacune delle competenze cognitive di base”. Ma non si tratta del problema più grave.
E’ che lo guardi, magari anche solo perché è davanti a te e non potresti che guardarlo, e lui ti urla, rabbioso: “C’avete da guardarmi?”, perché gli occhi su di lui sono stati, nella sua vita, più cattivi che buoni, non un “prendersi cura di” ma un “mettere gli occhi addosso contro”. Se poi provi ad alleggerire l’atmosfera con una battuta lieve, reagirà con ancora più rabbia perché quella che per te è un’affermazione affettuosamente divertente, dieci volte su dieci la interpreterà come un gesto ostile.
Ci vuole molto tempo e molta attenzione perché i suoi lineamenti si distendano, perché le sue reazioni non siano solo esplosioni di “no”, perché in qualche modo colga che non gli sei “contro”, ma “per” e, quindi, accetti il tuo sguardo su di lui. (E nessuno può narrarsi serenamente se non si vede amorevolmente narrato nello sguardo di un altro).
Appena incontri un ragazzino così, se ipotizzi che ha un padre in carcere, non sbagli quasi mai (dove il “quasi” è retorico). E, talora, c’è la madre, gli zii, i fratelli maggiori. E, non raramente, alcuni familiari sono in carcere e altri morti.
Bambini cresciuti molto male e che stanno rendendo, a loro modo, male, magari molto male, alla società.
Alla morte, terribile, del piccolo Cocò, si dovrebbe rispondere anche aprendo un dibattito sui bambini che sulle loro spalle, e senza colpa alcuna, hanno l’enorme carico di crescere come “figli di detenuti”.