
di GIANNI CARTERI
Mentre la ‘ndrangheta preparava la barbarica mattanza di Duisburg, in una calda serata di mezza estate la Commissione sinodale della Diocesi di Locri-Gerace, stretta intorno a Padre Giancarlo Bregantini, analizzava la bozza della “Lettera da Polsi” che negli ultimi anni del suo episcopato locrese il presule predisponeva per indicare gli indirizzi programmatici del cammino sinodale avviato il 16 ottobre 2005 nel magico anfiteatro della vecchia Bruzzano, mentre la violenza ‘ndranghetista ammazzava il vicepresidente del consiglio regionale calabrese, Franco Fortugno. Nel 2007 Padre Giancarlo volle a Polsi una tre giorni con il clero con la presenza dei membri laici della commissione, a suggello di un cammino didiscernimento comunitarioche attuasse pienamente lo slogan del sinodo: “ Identità, corresponsabilità, volto nuovo. Mai senza l’altro “. Ci apparve significativo che, mentre la maggior parte della stampa nazionale in un gioco di veline interessate e scopiazzamenti dalle varie agenzie di stampa continuava e continui ad identificare Polsi con la ‘ndrangheta, in una cristallizzazione della storia calabrese volta a perpetuare un’immagine negativa del santuario, noi discutevamo di relazioni da rivitalizzare a partire dalle parrocchie per costruire una nuova Calabria e creare legami stabili e reciprocamente carichi di fiducia, come amava ripetere Padre Giancarlo cheaggiunse:”Il muro contro muro ha sempre e solo costruito delle barriere. Il muro non ci permette di incontrare l’altro ma di vederlo solo come un nemico. Noi cristiani siamo chiamati a costruire dei ponti, sempre , in ogni istante della nostra vita. Soprattutto per servire".
Ricordo ancora quella sera magica: la notte di Polsi fa sentire quell’isola, formata da due fiumi nelle gole della montagna tra il meraviglioso anfiteatro aspromontano, caput mundi; allontana dal mondo ed avvicina straordinariamente a quel Dio, difficile da incontrare nel frastuono e nella violenza quotidiana di una umanità affannata ed insoddisfatta perennemente. Iniziammo la recita del Rosario sotto lo sguardo severo e materno della Regina dei Monti e ad un tratto ci inoltrammo volutamente in un sentiero buio per meglio ammirare la perfezione e la poesia magiche di un cielo stellato. Padre Giancarlo ci ammaestrava sulle varie costellazioni, sul piccolo e grande carro, su Giove, su Venere. Ripensavo alle nenie sanluchesi, al loro Rosario cantato durante la novena alla Madonna della Montagna, echi di una religiosità millenaria : "E di luntanu ca ffacciu na stella, pari ca viu la Vergini Bella" . Oppure: “O suli e luna veniti in cumpagnia, veniti m’aduramu la Vergini Maria”. Ma c’è una strofa ancora più suggestiva, se la si sente cantare dalle donne di San Luca, che un tempo portavano pesi, per dirla con Alvaro, "con un passo così classicamente elegante e con un’andatura ritmica, uguale, larga." Compendia il senso della loro religiosità : “ Il sole ti adora, la luna s’inchina, le stelle risplendono, o madre Regina. Regina degli angeli, padrona del cielo, Maria copriteci, col vostro velo". Riprendemmo il cammino, accompagnati da un nugolo di lucciole che non vedevo da almeno trent’anni. Metafora per noi laici tra quelle forre aspromontane per sentirci a giorno a giorno fecondi portatori di luce, per purificare i lati oscuri e le viscere malate di una terra che non può avere come emblema la cultura della morte. In quei tre giorni a Polsi abbiamo meditato a voce alta. Il dopo Duisburg fu segnato dall’importante manifesto per la Calabria lanciato dall’antropologo vibonese Vito Teti: un grido di dolore e di speranza, che ci trovò e ci troverà sempre al suo fianco in una battaglia che è soprattutto culturale “in un senso radicale e profondo”. Come ripete sempre l’amico Vito “il degrado e la violenza non riguardano solo la ‘ndrangheta, ma sono ormai inserite nello stesso tessuto sociale e politico della regione.”
Non solo di faide ’ndranghetiste è malata questa terra ma anche di faide politiche che trasmettono un senso sconcertante di immoralità dilagante che fa comodo a tanti. Le vicende del Consiglio regionale di queste ultime settimane continuano a dare l’immagine di una classe politica che continua ad essere classe dominante e certamente non dirigente nel senso alto del termine. Ed allora noi cristiani abbiamo l’obbligo di tradurre il Vangelo in gesti per inventare una nuova vita di solidarietà in questa terra che conosce spesso solo la solidarietà tra le famiglie malavitose. La nostra carità non deve essere filantropia ma un amore che dona realmente all’altro. Essere cristiani nella Locride e in Calabria significa indignarsi, dare fastidio al mondo, inquietarlo, non lasciarlo in pace. Non ha senso fare la novena alla Madonna della Montagna e poi non fare nulla per portare un parola di riconciliazione e di pace . La fine delle faide a San Luca e in altri paesi della Calabria passa soprattutto attraverso le sue donne che non possono cantare strofe come quella che seguono e poi diventare complici del male. E’ un tradimento alla fede millenaria che trasuda da quella statua di pietra policroma di Polsi: “Vergini Bella di la Muntagna, comu non vidi co mundu si lagna. Lu mundi è chinu di odio e di guerra, la paci cercamu da Vergini Bella. La paci cercamu, Madonna mia, ca lu me cori la paci volia. Mi ‘ddi ‘lluntana la pesti e la guerra, di cori pregamu la Vergini Bella.” Aveva ragione Alvaro, che di Polsi è stato cantore impareggiabile : “E’ una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, essere nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e di spine.” Ed evidenziava ancora, con spirito profetico: “Una decadenza alimentata dalla “ genialità carnale” del predominio femminile, che aggiungeva al quadro capriccio e volubilità.” Corrado Alvaro, citato spesso a sproposito dalla grande stampa , era uno scrittore fortemente civile che per molti è stato maestro di resistenza morale. Come scrisse Geno Pampaloni, il grande critico letterario fiorentino che ha avuto grandi meriti nel rilancio della sua opera “egli era uno scrittore impastato della stessa materia dei suoi personaggi. Alvaro era uno di quegli uomini dei quali tutto, anche il silenzio, trasmette il senso di una passione. Era un pessimista voglioso, un utopista insofferente. E nella sua saggezza c’era un che di fremito adolescente, pronto ad accendersi. Sembrava pessimista quasi per timidezza, ed era in realtà votato alla speranza.” Quella speranza che dà il titolo alla raccolta dei suoi saggi, tra i più significativi di tutto il Novecento italiano: “ Il nostro tempo e la speranza”. Val la pena riportare un passaggio di una di queste pagine che per un cristiano costituiscono un vero e proprio manifesto di impegno di vita: “Ma la speranza supera ogni cosa, vince ogni difficoltà. Ognuno di noi ha dall’infanzia un Dio con cui parla, che lo conduce e lo guida, lo approva o lo riprova. Non so fino a che punto sia questo un frutto dell’educazione, o se non sia la necessità dell’uomo di sentire il male e il bene, come il dolore e la salute nell’equilibrio del proprio corpo. Ma so che la terribilità umana comincia quando questa voce non parla più, e l’uomo vuole considerarsi unico, fornito di tutti i diritti in quanto sia lui, uomo. Allora egli è senza più strade e senza ragione, più terribile della natura nemica perché è capace di un male senza speranza.”
Solo in questa ottica ha senso allora salire a Polsi. Siamo stanchi delle rituali visite della Commissione Antimafia che finiscono spesso con la solita, rituale passerella lassù su quel posto magico che invita alla spiritualità della speranza come ci ha insegnato Padre Giancarlo Bregantini, mandato via dalla Locride da oscure manovre che attendono ancora una risposta. Anche dalla Commissione Antimafia. L’averlo visto a Gerace, osannato dal suo popolo, in occasione della consacrazione episcopale del nuovo vescovo Francesco Oliva, è stata un’ulteriore prova di quanto la Locride l’abbia amato. Se muore l’essenza della spiritualità e della pietà che il Santuario di Polsi esprime da mille anni, allora la Calabria non avrà futuro. Ma noi siamo qui perché ciò non avvenga. E continuiamo a cantare accanto alle donne di San Luca: “Arrivederci, Madonna mia: e vi saluta la serva vostra e vi saluta pa strada e pa via, arrivederci, Madonna mia. E vi saluta la notti e lu jornu e pe n’attru annu nu bellu ritornu.”