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LETTURE. Il banchetto in Maligredi di Criaco e il dileggio del potere mafioso

LETTURE. Il banchetto in Maligredi di Criaco e il dileggio del potere mafioso
criaco3 In Calabria, il mese di giugno, è il mese dei matrimoni per eccellenza, e nonostante il trend negativo riguardo all’istituto matrimoniale, in armonia con le tendenze europee, si mantiene inalterata e forte l’abitudine di consegnare agli sposi la busta di danaro in luogo del tradizionale regalo di nozze. I fiorai conoscono bene l’abitudine nostrana e sono attenti ad adornare il cesto che conterrà le buste in modo particolarmente aggraziato, al fine di evitare brutte figure agli sposi con un’esagerazione di materialismo. Il matrimonio meridionale, difatti rappresenta, un’autentica manifestazione di potere, un’esternazione sociale del successo raggiunto, del gradino scalato da chi, poco prima, ha occupato posti subalterni nella scala sociale.

Così via alle danze con l’emergere della figura del wedding planner, e la rincorsa a chi individua la location migliore. Se poi le famiglie degli sposi presentano una qualche sfumatura di potere, ogni momento del complesso rituale sarà caratterizzato dalla manifestazione esteriore della superiorità e dell’enfasi: vestiti, fiori, fotografo, automobili, musica, corteo e infine banchetto.

E riguardo ai banchetti, un graffiante saggio, direi antropologico, ci viene fornito da Gioacchino Criaco nell’ultimo romanzo “La Maligredi” con la descrizione degli sposalizi malandrini in tanti paesi della costa jonica.

Menù uguale dappertutto: affettati e formaggio d’entrata, pasta col sugo e capra bianca e rossa. E con la capra, - afferma lo scrittore – “si capiva l’importanza di ognuno-. Anche se chi serviva cercava di favorire se aveva parenti o amici, al di là di parentela o amicizia la carne migliore finiva in pancia a malandrini o gnuri: un medico, un sindaco, un dritto, loro avevano denti speciali." E non solo, i convitati ma anche gli sposi, all’occorrenza, - secondo l’autore - dovevano sacrificarsi, “costate” e “punte di petto” dovevano andare di preferenza al capo, gli altri a seguire, e guai ai camerieri se non rispettavano le gerarchie e i gusti di chi era al comando della “tavolata”!

"A giro, ognuno dedicava una leccatina a don Nino (il capo dei malandrini, ndr), che mangiava per fatti suoi e regalava, ogni tanto, un accenno di sorriso, un sì, un come no, un allora, un veru è; o fulminava con gli occhi un commensale che a suo parere si allargava – giusto per rimetterlo al posto suo. Ma don Nino aveva voglia di divertirsi, aprì il portafogli, ci frugò dentro col dito come se avesse difficoltà a trovare ciò che cercava. Si bloccò, tirò fuori una banconota da centomila lire, strinse le labbra e allargò un braccio, - chi me le cambia, che devo fare la busta? - chiese.

E nel tavolo calò l’aria dai monti. Dentro le buste bianche che si usavano per mettere i soldi agli sposi si infilavano in massima a parte cinquemila lire, che erano la somma minima per considerare il regalo dignitoso. Chi metteva meno si sarebbe trovato di sicuro a essere paroliato nelle chiacchiere che facevano i parenti stretti quando si aprivano le buste, e che sempre poi uscivano da quella cerchia e giravano per il paese”.

"Dentro le buste bianche che si usavano per mettere i soldi agli sposi si infilavano in massima pare cinquemila lire, che erano la somma minima per considerare il regalo dignitoso. Sopra le diecimila era solo un fatto per parenti vicini o, non essendo familiari, per gli illustri. Centomila lire erano, per quasi tutti i paesani, lo stipendio di un intero mese, per chi avesse avuto un lavoro. Lo sapeva don Nino e lo sapevano quelli seduti al tavolo. E don Nino sapeva pure che pochi dei suoi commensali possedevano questa cifra, e quei pochi non se la portavano certo dietro. Però nessuno lo ammise: tirarono fuori i portafogli, li frugarono, si misero le mani in tasca. Uno ebbe il coraggio di dire - ho solo due da cinquanta -, bluffava, con una faccia spaurita, tenendo due dita infilate nel portafogli. Don Nino sorrise, ma non infierì, - no, mi servono pezzi da dieci, che non è che con lo sposo abbiamo succhiato la stessa minna-."

… “Con qualche battuta dissero che la mia era una famiglia di poco conto, con solo qualche membro malandrino, ma non di spessore. -E portaci pure tu un po’ di punte di petto, che ci trascuri a noi paesani... non lo vedi che il piatto di don Nino è quasi vuoto- ordinò lo zio di Filippo, e don Nino Zacco concesse solo un mezzo sorriso ad assentire.

È chiaro che le pagine che abbiamo estrapolato, a mio avviso, le migliori tra le vignette tragicomiche di cui il romanzo è disseminato, costituiscono un escamotage per narrare d’altro, e colpisce su tutto, il dileggio dell’autore nei riguardi di coloro che rappresentavano e rappresentano a tutt’oggi, il potere mafioso.

Densa di toni irrisori e canzonatori è la descrizione fisica dei capi bastone, che a furia di essere baciati presentano guance rilucenti di grasso di capra e dentature diverse da quelle dei comuni mortali, aduse certamente a divorare non solo punte di petto e costate di carne caprina, ma anche la magra economia dei luoghi.

E magari i ritratti contenessero semplici descrizioni adottate con la tecnica del contrario, l’affondo dello scrittore, nel senso dell’umorismo tragico, è spietato e radicale.

Il lettore non viene per nulla attirato nella direzione della trama leggera, dell’ironico tono medio: lo scopo dell’autore, nel delineare i caratteri tipici del malandrino è chiaramente quello di far sprofondare chi legge verso una presa di coscienza che quelle figure, talvolta osannate in certi ambienti, sono, in realtà, delle caricature obsolete.

La traccia, l’aveva fornita Luigi Pirandello, nel delineare i caratteri del racconto umoristico, e nel capitolo che abbiamo tratteggiato sembra proprio che Criaco sfrutti al meglio le potenzialità della tipologia espressiva elaborata dall’autore siciliano.

È una burla cattiva quella che emerge dalla narrazione del banchetto nuziale e delle buste rigonfie di danaro malguadagnato. Una puntigliosa irrisione verso il potere esercitato in maniera avida in danno della collettività.

Ed in effetti, lo scopo ultimo dell’umorismo è quello di svegliare le coscienze: far capire che in fondo si è trattato di un inganno, che occorre eliminare la finzione e guardare lucidamente coloro che sono seduti al banchetto.

Gli sposi non esistono, i parenti stanno in altro posto, nessuna aura di convivialità lega i commensali, è la presenza inquietante del capo bastone che emerge a tutto tondo, al punto che, come un’onda di mare tutti che s’infrange, si spostano da un lato all’altro della sala per il bacio sulla guancia che suggella l’appartenenza al clan o finanche la semplice sottomissione.

A ben vedere, la tragicomica tavolata di Criaco, nei suoi contorni di vignetta amara, rappresenta un dramma sociale, e tutti i personaggi che, a vario titolo, sono seduti attorno al capo e che partecipano alla mangiata dei pezzi migliori di carne, incuranti degli altri - un medico, un sindaco, un dritto, loro avevano denti speciali - sono tutti espressioni di un potere conquistato, mantenuto e tollerato da larghe fasce della società meridionale.