Direttore: Aldo Varano    

I TRE GIORNI SULLA NARRAZIONE. Ma il "mal d'Africo" è un grande dono

I TRE GIORNI SULLA NARRAZIONE. Ma il "mal d'Africo" è un grande dono
aspr Il pulmino che da Africo ci riporta a Bova scende per tornanti di bellezza travolgente. Vallate e strapiombi, luoghi di miti e magie, il mare all’orizzonte che mescola verdi e azzurri in sfumature struggenti. C’è qualcosa di primordiale e insieme di lontanissimo futuro in questo paesaggio di rocce brulle, vacche e pecore che pascolano, odori di erica, menta e origano selvatici, curve da perdere il respiro che mai affronterei alla guida.

Davanti a noi un altro pulmino e qualche macchina. È l’ultima discesa dei partecipanti, ad Africo, della tre giorni di Gente in Aspromonte, dedicata alla nuova narrazione della Calabria. Siamo accaldati e stanchi, ma molto felici d’esserci stati. Qualcuno dice che soffriremo di mal d’Africo: nello scherzo, si nasconde un bel po’ di verità.

Perché è stata una grande occasione per parlare dell’attuale narrazione della Calabria, in letteratura, nel cinema, nell’informazione. Un tema complesso, che sottende domande dalle risposte non scontate: la Calabria è cambiata? Sì, no, quanto, abbastanza, troppo poco? C’è ancora un pregiudizio nei nostri confronti? Perché si è prodotto? Come può essere scalzato? È cambiato o no il modo di raccontarsi dei calabresi e il modo di raccontare la Calabria da parte del resto degli italiani? 

Il dibattito sotto due grandi querce, ha visto decine e decine di interventi (otto donne intervenute in tutto, compresa l’assessora alla Cultura, meno di un decimo di quelli che hanno preso la parola): per gli organizzatori una bella sfida ad una buona sintesi.

Chi, come me, ha ascoltato tutti gli interventi (e dato la sua opinione) con un senso di profonda gratitudine di esserci, torna a casa con rinnovata energia. Quella dei luoghi (l’Aspromonte che mai bisognerebbe dimenticare di ripetere non è un monte aspro, ma un monte bianco, luminoso). Quella delle persone che si confrontano con passione rispettosa. Quella del prendere atto, magari con stupore, che – nonostante quello che una parte dell’Italia, che lo dica o meno, pensa di noi, ovvero che siamo un territorio perso e nonostante le nostre più pessimistiche convinzioni e la lunga sequela di critiche che facciamo a noi stessi – siamo vivi e ancora vita vogliamo generare.

In una fase in cui le vicende del paese non inducono certo all’ottimismo, sentire come linfa vitale il dovere di rispondere alle urgenze della propria terra è un dono inatteso e prezioso.