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L'INTERVENTO. Sui tre giorni di Africo: la Calabria sta cambiando ma non ancora abbastanza

L'INTERVENTO. Sui tre giorni di Africo: la Calabria sta cambiando ma non ancora abbastanza
carra1 La “tre giorni” organizzata ad Africo vecchio per ragionare sull’esigenza di una nuova narrazione della Calabria è il frutto di una riflessione comune germogliata all’ultimo Salone internazionale del Libro di Torino.

La Regione ha avuto il merito di mettere in cantiere e realizzare una bella  iniziativa, in un luogo che desta suggestioni e richiama alla mente un pezzo della nostra storia e della nostra identità, espressa fin dal titolo, volutamente “preso in prestito” da Corrado Alvaro.

L’elevato numero di adesioni, tra le quali spiccano quelle di importanti personalità del panorama culturale e giornalistico italiano, ha confermato come l’esigenza di raccontare un’altra Calabria sia avvertita e, soprattutto, possibile.

Condivido pienamente, dunque, gli obiettivi e le finalità di questo progetto che intende invertire la “polarità” – da negativa a positiva – del modo in cui la Calabria viene percepita dal resto dell’Italia e del mondo. Un problema di percezione, in effetti, esiste: per dimostrare come sia spesso una questione di punti di vista, basti ricordare quanta sorpresa ci colse quando il New York Times annoverò, un paio di anni fa, la nostra regione tra le 52 mete da visitare su scala planetaria, anche – ma non solo – per la qualità delle sue proposte enogastronomiche.

Ovviamente, non è superfluo sottolineare come questa nuova narrazione, cui rivolgiamo i nostri sforzi, non può essere antitetica rispetto alla necessità di un’informazione libera, puntuale e autorevole, che eserciti fino in fondo il proprio ruolo soprattutto nella denuncia dei mali che attanagliano la Calabria. La ‘ndrangheta, gli episodi di malversazione, i limiti e gli errori che, fatalmente, qualsiasi classe dirigente commette, possono essere corretti e contrastati efficacemente solo se vengono pubblicamente stigmatizzati e se l’opinione pubblica è messa nelle condizioni di riconoscerli. In questo senso, condivido l’approccio del presidente Oliverio secondo il quale la Calabria non ha bisogno “né di adulatori, né di demolitori”.

La questione, perciò, è ben più complessa. Nasce dalla presa d’atto che il popolo di questa regione sta compiendo grandi sforzi per uscire dalle condizioni di arretratezza e di sottosviluppo a cui era stato relegato da ragioni antiche. Ragioni che affondano le radici nel Risorgimento, nella complessità delle trasformazioni intervenute nel passaggio dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, e proseguite e aggravatesi con l’irrisolta Questione meridionale, fino alle aspettative tradite di uno sviluppo industriale mai realizzato negli anni Settanta e Ottanta.

Oggi, comunque, molto sta cambiando. Non ancora abbastanza, soprattutto su un punto che a me sta particolarmente a cuore: il diritto di scelta dei giovani, che non devono essere costretti a emigrare ma messi nelle condizioni di autodeterminarsi e di decidere se costruire il loro futuro qui o altrove.

E’ questa espressione, diritto di scelta, che sintetizza a mio avviso il discrimine tra la vecchia e la nuova Calabria, tra quella che non vogliamo raccontare più e quella che, invece, vogliamo narrare e soprattutto vivere.

Lo sforzo da compiere come priorità assoluta deve dunque essere volto a trattenere nella nostra regione il capitale più importante: quello umano.

La nuova narrazione della Calabria sarà possibile se i protagonisti di questa storia tutta da scrivere saranno i giovani, con le loro idee innovative, le startup, la capacità e la volontà di fare impresa, la rinnovata spinta verso la cooperazione in ogni ambito produttivo: dall’agricoltura ai beni culturali, passando per gli spin off universitari e i servizi informatici. Le opportunità di Resto al Sud e Industria 4.0 possono contribuire a raggiungere questi obiettivi.

Raccontare una Calabria diversa sarà possibile, perciò, se la Calabria e soprattutto i calabresi sapranno percorrere la strada del cambiamento.

Occorre però anche il contributo degli intellettuali di questa terra. Figli della nostra comunità che, grazie al loro talento e alla loro capacità di proporre una nuova elaborazione letteraria, giornalistica, artistica e culturale, sono divenuti credibili e autorevoli punti di riferimento nel Paese e in Calabria. Una volta li avremmo definiti “maître à penser”, oggi, in tempi di social network, sono più semplicemente “influencer”.

L’ho detto al Salone del Libro, al cospetto di tanti di coloro (a cui sono legato da rapporti di sincera amicizia) che poi sono diventati protagonisti della “tre giorni” di Africo. Una kermesse alla quale non ho potuto essere presente per pregressi impegni della Conferenza dei presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome. Come me, in tanti non hanno avuto modo di recarsi ad Africo. Perciò, per evitare che questo sforzo finisca per raggiungere solo la ristretta cerchia delle elite, è necessario rilanciare l’impostazione del progetto, verso un coinvolgimento quanto più possibile esteso e una partecipazione amplissima dei cittadini.

Ai nostri scrittori, giornalisti e intellettuali, a Torino, ho sollecitato un impegno straordinario – che sarà pienamente supportato dal Consiglio regionale e dal polo culturale “Mattia Preti” – per cambiare la Calabria. A tutti loro, adesso, chiedo di contribuire a un dibattito costruttivo, anche dicendo cose scomode o non gradite a chi ha responsabilità di governo; di ragionare su una visione del futuro; di indicare una strada e una prospettiva, ma soprattutto di incidere sul pensiero dei calabresi. Un pensiero nuovo, orgoglioso, scevro da forme di vittimismo divenute alibi e capace di nutrire un meridionalismo positivo, illuminato e pragmatico. Sono convinto che la strada sia questa. Perché per raccontare la  Calabria in maniera diversa, dobbiamo essere capaci di ricostruirla e, prima ancora, di immaginarla.