Direttore: Aldo Varano    

CALABRIA. La narrazione, il cambiamento e l'Anomalia selvaggia

CALABRIA. La narrazione, il cambiamento e l'Anomalia selvaggia
Africo1948 Se la richiesta di una nuova narrazione della Calabria dovesse risolversi nel battere le mani per quanto fatto da Oliverio o Falcomatà, Sergio Abramo o Mario Occhiuto, Magorno o Iole Santelli, e nell’incensare quelli che ci sono stati o ci saranno, precipiteremmo nel disastro di una nuova occasione mancata.

La questione è che Calabria e calabresi (le sue classi dirigenti politiche, culturali, economiche e perfino religiose, quale che sia la collocazione politica e culturale di ogni singola personalità) hanno un problema in più rispetto ai cittadini e alle personalità del resto del paese: devono fronteggiare in quanto calabresi, qualunque cosa facciano, un pregiudizio negativo la cui intensità non ha paragoni nel resto d’Italia.

La narrazione della Calabria, rubo il bel titolo di un libro di un calabrese orgoglioso, Pasquino Crupi, è quella di una “anomalia selvaggia”, un continente irriducibile e pericoloso con cui è meglio non aver nulla a che fare. Di più: la Calabria è il perverso cuore pulsante di un’infezione devastante che s’infiltra ovunque per corrompere società incolpevoli e innocenti.

Chiunque abbia un po’ di confidenza coi processi conoscitivi nella società contemporanea sa che la narrazione di una certa realtà finisce, ormai in tempi sempre più rapidi, col non distinguersi da essa. Anzi, la realtà tende a coincidere con la sua narrazione grazie al meccanismo della profezia che si autorealizza essendo stata annunciata e/o pronunziata. Così ogni sforzo che s’allontana dall’immagine per avvicinarsi alla realtà è destinato a infrangersi. La Calabria è quindi il suo racconto. Indistinguibile da esso. E il racconto, la narrazione, sono quelli di un tumultuoso dramma in cui si riversano le ansie, le aspettative (positive e negative), gli affanni sociali, gli opportunismi interessati e le inquietudini che investono e attraversano società e narratori. Vita reale, sforzi della comunità,  novità e rotture che agitano e modificano di continuo quanti vivono e operano in Calabria sono privi di peso. Nessuno segue più il cambiamento, che è sempre molto faticoso. Anche perché tutti si sono consegnati, verrebbe voglia di scrivere “costituiti”, all’Ideal tipo che custodisce l’immagine calabrese.

E’ una parola terribile quella che definisce il rapporto tra la Calabria e il resto del paese: “Contagio”. Segnala la capacità d’infettare un corpo prima sano. Ed è una “colonizzazione speciale” quella che racconta il rapporto col resto del mondo: “Un esercito brulicante e operoso invade le economie del mondo”; e si capisce: prima sane ed ora corrotte dai calabresi che sono i soldati di quell’esercito.

Sia chiaro: il fenomeno non è un’esclusiva della Calabria. E’ così per molti altri luoghi. Ma in Calabria il paradigma è di qualità diversa. E’ più solido. La palma siciliana di Sciascia, utilizzata non per indicare la capacità espansiva della mafia ma per denunciare la disponibilità del paese a riceverla e utilizzarla, è diventata in Calabria una leva potente che i calabresi, “la vil razza dannata” che infetta tutto ciò che tocca, destreggiano con maestrìa non raggiungibile.

I problemi principali sono due. Intanto capire come e perché questa bolla dentro cui la Calabria si muove senza mai riuscire a spaccarla s’è formata. Si tratta di capire il contributo possente che a questo processo negativo è stato dato e continua ad essere dato dai calabresi. Ma bisognerà anche che la Calabria si renda conto che se non si spezza la spirale, a guadagnarci saranno sempre e soltanto quanti il rapporto con questa terra lo mantengono e continuano a mantenerlo solo per lucrare vantaggi sempre e comunque parassitari. Insomma, una diversa narrazione della Calabria sarà possibile solo e soltanto se verranno capite e smontate le ragioni della narrazione ormai scolpita in un blocco d’acciaio e riassunta nell’immagine nell’Anomalia selvaggia.

Collegata a questa prima questione ce n’è un’altra di pari importanza che non viene mai posta in modo netto e diretto: il cambiamento è possibile in Calabria? Oppure la Calabria è una terra-mito destinata a restare sempre se stessa e a ritrovarsi, quando si guarda allo specchio, anomala e selvaggia? Curiosamente, quanti teorizzano o si sono rassegnati all’impossibilità del cambiamento o sono certi che “tutto cambia perché nulla cambi” si ostinano a non voler riconoscere che la Calabria ha conosciuto, a partire dalla nascita della Repubblica, una modificazione mai conosciuta nei secoli e nei millenni che abbiamo alle spalle.

La scelta di Africo per il dibattito sulla narrazione della Calabria ci aiuta. Guardate le foto di Tino Petrelli. Le bambine accatastate in una classe con le coperte addosso e i piedi scalzi che scrivono o leggono. O guardate la stanza da letto della donna calabrese con tre bambini e il porco che passeggia e vive con loro. E’ un altro mondo perfino rispetto a quello duro e drammatico di Anime Nere o Maligredi. Quella Africo nono c’è più. E’ cambiata. Non è migliore o peggiore è di una qualità diversa. Insomma, il cambiamento è possibile in Calabria come testimonia il fatto inoppugnabile che si sia già realizzato in altre occasioni. L’abitudine degli intellettuali calabresi a confrontare la Calabria con le punte alte dello sviluppo civile dell’Italia e dell’Europa ha un valore fondamentale e strategico. Ma se non si confronta la Calabria con la Calabria, quella di ieri con quella di oggi, si nega in diritto alla storia e la capacità di promuoverla (di averla fatta) a un intero popolo trasformando la Calabria nell’impossibile metafora della paralisi.

Ma narrazione e cambiamento sono connessi. Si aiutano o si ostacolano reciprocamente. La convinzione che il cambiamento non sia possibile lo ostacola. Nel migliore dei casi lo rallenta, impedisce di vederlo o utilizzarlo pienamente bruciando le speranze e il diritto a una civile modernità di intere generazioni. E’ già avvenuto più volte nella nostra terra. Non per caso. Il cambiamento non è mai a somma zero. Significa, piaccia o no, spezzare privilegi, vantaggi immeritati e posizioni di rendita per liberare nuove energie.