Direttore: Aldo Varano    

DONNE in CALABRIA (6). Le sorelle del bizzolo

DONNE in CALABRIA (6). Le sorelle del bizzolo
dalì - Stamattina, al supermercato, ho intravisto Maria Chiara, con la madre e la figlia, ormai grande, sarà già all’Università.

- La madre…riprese Anna con tono lievemente ironico e Teresa la guardò interrogativa.

- Non lo sai? Maria Chiara è figlia di suo padre, forse; di sua madre no di certo. Piatta come un tavolo, un bel giorno la signora si ricoverò in clinica in un paese più in là, non ricordo quale, e ne uscì due settimane dopo con una bambina. L’aveva partorita, si disse, un’orfana, giovanissima, che viveva con la zia. Non era il suo primo parto e anche il bambino di prima se l’era preso un’altra donna.

- Una sorta di utero in affitto?

- Già. Chissà se lei lo sa.

Dalle tre alle quattro e mezzo, quando la cucina era stata messa a posto, i mariti riposavano e faceva troppo caldo per qualsiasi attività, Anna e Teresa se ne stavano a parlare sui gradini della scala, Anna sopra, Teresa sotto il pianerottolo del primo piano. Commentavano le notizie del tg, parlavano di figli, si raccontavano qualche libro o qualche film.

Amiche già prima di essere cognate, col tempo erano diventate pressoché sorelle. Tutte e due insegnanti, ormai non lontane dalla pensione, Anna proveniente da Roma, Teresa da Torino, passavano agosto in Calabria, nella casa ch’era stata dei genitori di Anna e di Paolo, il marito di Teresa. Il piano terra, l’avevano affittato, per pochi euro, a Mira, la rumena che aveva accudito negli ultimi anni la madre di Lucia, e che, durante l’anno, manteneva anche i loro appartamenti puliti e in ordine.

Il casuale imbattersi nella vicenda di Anna Chiara orientò quelle che loro chiamavano conversazioni del bizzolo sulle storie di Carruba, paese dove Anna era nata e cresciuta e che Teresa aveva frequentato, e solo per brevi periodi, da quando s’era fidanzata con Paolo. Ogni pomeriggio, Anna raccontava una storia che, spesso, era stata sua madre a ripeterle, seduta su una sedia di plastica bianca, con lei sul gradino della scala.

Vennero così fuori le vicende dei tanti in carcere per ‘ndrangheta (pesci piccoli, qualcuno piccolissimo, che avevano infelicitato la vita propria e altrui), e di coloro che in carcere non c’erano mai stati ma nessuno dubitava fossero di quelli; i tanti drammi familiari (storie truci di mariti che avevano ucciso le mogli, ma anche di padri che avevano ucciso i figli, o di persone che avevano tentato il suicidio); i politici, dall’onorevole al delegato circoscrizionale, indagati, incarcerati, prosciolti, ancora indagati; le passioni amorose perditesta di madri di famiglia e di uomini considerati lontani da ogni follia; le badanti che s’erano ben sistemate; le liti e i rancori che avevano allontanato i membri di questa o quella famiglia.

Piccola frazione di un quartiere di periferia d’una città periferica, Carruba si stendeva lungo la strada provinciale da un ponte all’altro. Sebbene non ci fossero più di due chilometri da un estremo all’altro, era in realtà formata da tre parti: quella, un tempo campagnola, dei due valloni, quella delle case popolari, le palazzine, e quella delle poche putìe, il salumiere, il macellaio e il fruttivendolo. Al contrario dei paesi limitrofi, non aveva nome di santi. E questo, insieme alla mancanza di un centro, una piazza come una grande rua in cui ritrovarsi, le impediva di essere un vero paese. Quand’era a scuola media – Anna aveva frequentato un istituto di suore in città – una monaca le aveva chiesto di spiegare perché si chiamava Carruba. Anna aveva interrogato nonni e prozii. L’aiuto maggiore le era venuto da zio Eugenio: – Qui arrivavano i venditori di carrube, dalla Sicilia. Lei modificò la storia, scrivendo che quel luogo era noto fin dai tempi antichi per le floride coltivazioni di carrubi. Aggiunse il passo del Vangelo in cui il figliol prodigo mangia le carrube dei porci e due versi di Quasimodo le cantilene dei carri lungo le strade/ dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie…e s’inventò, per soprammercato, che l’avevano portato i greci, insieme all’olivo, alla vita e al grano. Suor Michelina, che disprezzava chi aveva difficoltà ad imparare e odiava i più bravi, aveva alzato un sopracciglio, ma le aveva dato un buon voto.

 - Ma quante storie ci sono in questo luogo? – si stupiva Teresa – Raccontandole, mi sembra di stare dentro un piccolo Decamerone.

-Esageri - diceva Anna - Ma certo uno scrittore avrebbe materiale d’ogni tipo. Gialli, commedie, drammi. Amore e morte. Avventure e passioni. Quanti romanzi si potrebbero scrivere. Roba forte. Senza bisogno di inventare nulla.

Obiettava Teresa: Senza invenzioni? Chissà quante variazioni e aggiunte sono state fatte a queste storie da chiunque le ha raccontate. 

- In fondo – osservò un pomeriggio – ogni pezzo di mondo è tutto il mondo, la vita non è quella che viviamo, ma quella che pensiamo di vivere e il passato non è che il ricordo che ne abbiamo.
Anna rimase un po’ in silenzio, prima di rispondere:

- Qualche anno fa, quando morì nostro zio Giulio, senza moglie e senza figli, mia cugina Antonietta mi chiese di vedere insieme a lei tra le sue carte: cosa conservare, cosa buttare. Non eravamo mai state tanto tempo insieme, da sole. Il discorso scivolò sui nostri nonni comuni: per me, quelli materni; per lei, quelli paterni. Dissi, come fosse un’ovvietà, da tutti riconosciuta, che la nonna era una santa, il nonno, un grand’uomo sì, ma burbero e autoritario. Lei mi guardò strana: Quando mai. – replicò –Lui era buonissimo, lei, con la sua aria da santarella, era cattiva: cattiva proprio.

N.B. Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali va considerato puramente casuale.