CALABRIA. Quanto vale il turismo nella nostra regione?

CALABRIA. Quanto vale il turismo nella nostra regione?

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Mare, parchi naturali, arte e storia: in Calabria la spesa del 2017 attivata dai turisti nel settore culturale vale un miliardo di euro ed incide del 34% sul totale della spesa turistica, è quanto rileva Io Sono Cultura 2018, il rapporto di Unioncamere e Symbola rivolto all’industria creativa. «La ricchezza del patrimonio artistico e monumentale è stata indicata dal 24% dei turisti italiani e stranieri come motivazione per il soggiorno, così come per un altro 8% la motivazione sono state le bellezze naturali del luogo e lo stare a contatto con la natura», nel 2017 si registra per questa voce un valore nazionale di 30,9 miliardi di euro, pari al 38,1% della spesa turistica complessiva.

Le percentuali sull’incidenza nella spesa aumentano in città d’arte, metropoli e località marine. Guardando alla quota di spesa turistica attivata dal sistema produttivo culturale e creativo sul totale spicca il Friuli Venezia Giulia con una quota di spesa turistica attribuibile all’attivazione culturale che arriva al 51,8% nel 2017, seguita dalle Marche e dal Lazio. Si tratta di tre regioni dove la cultura attiverebbe più della metà del turismo.

21 MILA OCCUPATI E IL 3,4% DEL PIL REGIONALE
Nel rapporto di Unioncamere e Symbola è preso in esame il valore dell’industria culturale e il relativo indotto nelle professioni, una dimensione composta da musei e biblioteche, spettacoli dal vivo, festival letterari, cinema, radio, editoria, videogame, servizi di architettura e design. Che rappresentano il Core Culturale. E poi altre imprese creative, definite la dimensione Creative Driven. A livello nazionale queste attività economiche rendono complessivamente 92 miliardi di euro (6% del Pil) e 1,5 milioni di posti di lavoro (6% sull’occupazione). Le prime due regioni per creazione di valore aggiunto e occupazione sono la Lombardia (24 mld di euro di valore aggiunto e 350 mila addetti) e il Lazio (15 mld e 200 mila addetti) trainate da Milano e Roma. Seguono Valle d’Aosta (6,9% sul valore aggiunto e 7,2% sull’occupazione), Piemonte (6,9% e 6,8%) e Marche (6,1% e 6,5%).

E in Calabria? Dal sistema culturale e creativo deriva il 3,2% del Pil e il 3,4% (21 mila) degli occupati calabresi. Sono 6.352 le imprese che operano sul territorio regionale, di cui il 42% in editoria e stampa e il 26% in architettura e design.

CONFRONTO: MARCHE VS. CALABRIA
Incrociando i dati sulla spesa turistica e le cifre con gli introiti e i visitatori dei musei è evidente che in Calabria – 8,5 mln di notti spese in regione nel 2016 (Eurostat) e 500 mila visitatori annui in luoghi culturali – il potenziale del patrimonio archeologico e storico rimane inespresso o non sfruttato adeguatamente. Per fare un esempio il Polo museale della Calabria, ufficio periferico del Mibac, creato tre anni fa per gestire e monitorare le attività del sistema museale nazionale nei territori regionali, ha 18 luoghi culturali assegnati: nel 2018 con 273 mila ingressi “incassa” solo 150 mila euro, una media per struttura/museo inferiore a 10 mila euro. Lo stesso anno i musei del Polo museale delle Marche hanno ospitato 355 mila visitatori ma gli introiti nella regione dell’Italia centrale sono di quasi 1 mln di euro.

DOVE VANNO I TURISTI? 
E i musei autonomi? La Galleria nazionale delle Marche, a Urbino, nel 2018 ha ospitato 194 mila persone (+19% su 2017) e ottenuto in totale 824 mila euro (+32%), 200 mila euro in più dell’anno precedente. Paragonandolo con il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria è evidente che in riva allo Stretto si può migliorare ancora: nel 2018 a palazzo Piacentini sono entrati più visitatori (225 mila) e meno introiti totali (720 mila euro). Sarebbe interessare sapere se i turisti rimangono dopo la visita al nuovo museo di Reggio Calabria. O dove vanno, cosa cercano, qual è l’engagement necessario? Su questo ambito potrebbe aprirsi una discussione interessante, per nulla scontata, fra le energie di un settore sempre più in crescita.

RESPONSABILITÀ SOCIAL 
Per sfruttare al meglio le fonti di dati, propone il rapporto “Io sono cultura”, andrebbe sviluppata una riflessione a livello europeo per capire anche come collaborare con i giganti del web e i social network che «detengono informazioni cruciali su domanda e offerta di cultura, per lo più non accessibili». Se da un lato, infatti, l’accesso rischia oggi di diventare ancora più complesso per le nuove regole sulla privacy, dall’altro, «potrebbe essere nell’interesse stesso di queste grandi imprese dare accesso ad alcuni dati, a supporto delle politiche pubbliche e in un’ottica di responsabilità sociale».