LA RECENSIONE. Il rasoio di Occam, in prima nazionale al Clan Off Teatro di Messina

LA RECENSIONE. Il rasoio di Occam, in prima nazionale al Clan Off Teatro di Messina

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“Il rasoio di Occam”, rappresentato in prima nazionale nei giorni scorsi, al Clan Off Teatro di Messina, spazio che ben vale una traversata dal continente, è il racconto di tre uomini che diventa pretesto per narrazioni intime ed esistenziali, ma anche richiamo della Storia, che a volte ci sovrasta condizionando il nostro agire, il sentire, rubando la possibilità di una vita “normale” dentro cui vivere la quotidianità anche dei sentimenti.

C’è un momento felice dell’arte in cui l’Isola è vera. L’Isola, richiamata e ricamata dalle parole di  Mario  Sgalambro,  è la Sicilia, è il “qui”, immediatamente pronunciato nella pièce teatrale “Il rasoio di Occam” di Giusi Arimatea -  nota per le sue sagaci e ardite critiche teatrali, per la prima volta cimentatasi nelle complessità architettoniche e poetiche della drammaturgia – e di Giovanni Maria Currò che ne ha curato anche la regia.  La Sicilia è quel “qui” che ti ruba il cognome, per poterle ancor più appartenere.

“Ché qui il cognome, prima o poi, lo perdono tutti. Io l’ho perso addirittura a dodici anni, quando ero l’aiutante di Gino, Gino il barbiere”.

E’ così che ci introduce nella storia, uno dei tre protagonisti, il barbiere Tanino, interpretato da Mauro Failla, portandoci nei labirinti di un sud dove, sempre parafrasando il siciliano Sgalambro, vi incombe il naufragio.

Il giorno scelto dagli autori, è un giorno che ha turbato profondamente l’Italia, democristiana e non , degli anni ’70. È il 9 maggio, il giorno in cui fu ucciso Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse. Ma in fondo anche la Storia, qui, diventa pretesto per raccontare piccole esistenze, permeate da scelte e immobilismo, oscillanti tra soluzioni da trovare, per uscire dalla trappola delle proprie paure, e una rassegnazione a un destino ormai inciso addosso, perché “se ti ribelli al destino, sei costretto alla fame”. 

Tutto si svolge all’interno del salone di Tanino. Che ci riporta alle atmosfere di quell’epoca grazie alle musicassette in cui sono incise canzoni che “sgaggiano”, graffiano, e toccano “la bocca dell’anima”. L’allestimento scenico e gli abiti indossati dagli attori, facilitano il viaggio spazio temporale. Per circa un’ora si compie il miracolo del teatro, quello sapientemente costruito, in cui sei lì, ma altrove.

Il sipario si apre con il barbiere felice di essere tra le sue cose di sempre, in quella geometria dell’esistenza che gli fa accettare e forse anche amare il destino tracciato dalla vita. Il salone apre le porte e vi entra un cliente: il professore, interpretato da Tino Calabrò. Il terzo uomo, irrompe dopo, quasi travolgendo il professore, intento a uscire. E’ un ladro braccato dalla polizia, cui Alessio Bonaffini presta voce e volto.

Dentro questo piccolo spazio, un evocativo salone di barbiere, ogni cosa sembra compiersi, pur in un apparente richiamato immobilismo, in un contrasto ossimoro con le scelte registiche che creano movimento in scena, al punto, a tratti, di sembrare di assistere a una danza macabra, tra i tre uomini, tre mondi, apparentemente molto distanti. 

Non è semplice recensire una pièce che ti “sgaggia” e ti tocca la bocca dell’anima, senza cadere nella retorica degli aggettivi iperbolici, che meriterebbe tutti. Perché “Il rasoio di Occam” (il senso di questo titolo verrà svelato alla fine), diverte e non poco, commuove e scalda, ti fa comprendere che per poter scrivere devi avere tanto letto e tanto vissuto. Perché la conoscenza dei libri e della vita, con le sue sfumature spesso profondamente dolorose, possano essere così sapientemente riversate sul foglio e dal foglio dargli vita in quel rimestio di sputo e carne che è il teatro. Anche i tre uomini sulla scena, sprigionano energie che arrivano al pubblico, dentro prove attoriali non semplici eppure così perfettamente amalgamate.

Poi  si chiudono le luci, cessano gli applausi e anche le ultime persone vanno via, e succede che ti porti addosso la percezione densa e potente, che noi “non siamo più quello che eravamo” appena un’ora prima.

*IL RASOIO DI OCCAM di Giusi Arimatea e G.M. Currò con Alessio Bonaffini, Tino Calabrò e Mauro Failla.
Voci di Antonio Alveario, Ivan Giambirtone ed Elisabeth Agrillo - 
regia, Giovanni Maria Currò

Una produzione CLAN DEGLI ATTORI