REGGIO NON TACE. Agli Ottimati il dibattito su lotta armata e giustizia riparativa

REGGIO NON TACE. Agli Ottimati il dibattito su lotta armata e giustizia riparativa
piombo L' incontro conclusivo per la stagione estiva a cura di Reggio non tace nel Cortile degli Ottimati, ha avuto come ospite padre Guido Bertagna, gesuita, che ha narrato un'esperienza di ascolto e di cammino straordinaria che si ispira all'esempio del Sud Africa post-apartheid e prende nome di giustizia riparativa.  Condotta da padre Guido come mediatore, insieme a Adolfo Ceretti, criminologo e Claudia Mazzucato, giurista, insieme alle vittime e i responsabili della lotta armata degli anni settanta, ha consentito a coloro che hanno accettato di guardare con occhi nuovi "al male congelato dentro", a quegli anni che avevano lacerato esistenze con profonde ferite e troppi fantasmi e incubi mai sopiti. Un lavoro importante che consegna un modo altro di guardare all’idea di giustizia che non si esaurisce soltanto nella pena inflitta ai colpevoli. Dall'esperienza  è nato  "Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto", ed il Saggiatore, scritto a più mani dai mediatori, con le preziose testimonianze e gli scritti dei protagonisti.

La giustizia riparativa opera sulle relazioni, spiega padre Guido, a volte le ferite determinate anche da un reato di lieve entità, possono essere profonde ed estese, quasi "un effetto domino" sulle relazioni danneggiate in una comunità.

Cosa è accaduto negli anni di piombo e cosa continua ad accadere  alle relazioni umane lacerate e offese dai conflitti?

Viene meno la fiducia di fondo nell'altro, ogni volta questa è tradita, violata. Provare a dare parola , alle reazioni, ai vissuti è importante. Più un conflitto si prolunga, dice David Grossman, scrittore israeliano il cui figlio è morto nella guerra arabo israeliano, più la ferita si fa profonda e il linguaggio si fa povero.

Prendiamo i termini  colpevole e responsabile, continua padre Guido, sembrano termini sinonimi, ma non lo sono perché "La colpa è collegata con il passato, la responsabilità, invece, è ciò che mi assumo quando ne prendo coscienza. Non tutte le rabbie, i risentimenti, le memorie di un fatto sono uguali. La stessa memoria che tendiamo ad archiviare, cambia col tempo" . 

Preziosa l'osservazione del gesuita, per cui esiste una memoria al servizio della vita, che consente di dare un nome alle cose vissute e che fa diventare responsabili. E una memoria che congela e non è a servizio della vita. "Il dolore comunicabile è generatore di vita. I fatti, soprattutto quelli dolorosi sono indelebili, non si cancellano, ma bisogna attraversarli. Cercare di attenuarli può essere un pericolo".
Che fare allora?
Importante è lavorare sul senso dei fatti, facendolo insieme. Un punto che ci ha fatto crescere nelle relazioni, è stato accettare che la memoria di un altro potesse integrare la mia memoria. Anche quella di chi ha commesso il male, integra quella di chi l'ha subito ed ha sofferto di più. La memoria non è esclusiva e così pure il dolore. Accettare questo, che anche il colpevole, il responsabile abbia un suo dolore, implica una grande libertà di cuore".

Gli incontri non sono stati né facili, né scontati, ogni volta una scommessa che poteva essere l'ultima, infatti alcuni non se la sono sentita di continuare anche se hanno approvato il percorso intrapreso dagli altri.

É inevitabile per chi ascolta, non pensare alla possibilità di applicazione della giustizia riparativa anche a contesti diversi, ma ugualmente difficili, come al Sud, ferito dalla criminalità..

La sua osservazione contiene un punto capitale di quello che si vive a Reggio e in altri luoghi come la Sicilia e la Campania. Credo che si possa provare lavorando caso per caso, perché ci sono delle crepe nel sistema. Il lavoro è prima di tutto mettere dei cunei su quelle crepe e passare da lì. A volte il dubbio nasce ancora prima di entrare in carcere, perché vivere in un regime di costante sopruso, ingiustizia, può diventare logorante.
Ci sono storie non pubblicizzate, che stanno andando avanti, riletture della propria vita e, in alcuni casi, avviene l'incontro con i parenti delle vittime.
Lungo il cammino si perde "la nevrosi comparativa", ancorata all'ide"io ho sofferto di più", che blocca le relazioni. La giustizia riparativa nasce da un cammino nell'ascolto dell'altro, perché le memorie sono incommensurabilmente diverse.

Cosa accade che fa breccia in quel male, così come lo chiama Agnese Moro, congelato dentro?
É il volto dell'altro che scongela il dolore. La possibilità di ascoltare le sue parole. Volti e parole che mettono in moto il passato. Tutto ciò cura il male rimasto dentro. É una materia incandescente che va maneggiata con cura. Può essere d'aiuto se è rimasto un seme di vita e di speranza dentro.