LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Fausto Vitaliano, La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Fausto Vitaliano, La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani

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Le ultime indagini di Gori Misticò recita il sottotitolo di La mezzaluna di sabbia, pubblicato recentemente da Bompiani, di cui è autore il Fausto Vitaliano, calabrese che vive a Milano, già noto come sceneggiatore e fumettista.

Gori (Gregorio) Misticò, “maresciallo in aspettativa” per un cancro in stadio avanzato si aggiunge ai tanti protagonisti di gialli e noir della nostra attuale narrativa, con una sottesa richiesta: solo una particolare attenzione dei lettori a questa “quasi ultima”, ma per chi legge “prima” indagine, allungherà la vita del maresciallo.

Attenzione auspicabile perché il calabro San Telesforo Jonio potrebbe aggiungersi, nell’immaginario collettivo, a Vigata. Non sono pochi, nel libro di Vitaliano, i rimandi a Camilleri ma anche ad altri giallisti nell’invenzione di questo piccolo mondo, sospeso tra degrado e splendore.

Una provincia con tratti antichi ma con l’aeroporto vicino. Segreti, intrallazzi di avvocaticchi e carriere politiche bloccate da indagini; struggenti inquietudini e frenati abbandoni emozionali. Una striscia di territorio, protetta da chi la ama e proditoriamente concupita da vili interessi. E tanti personaggi, descritti a tutto tondo.

A cominciare dallo stesso “maresciallo in aspettativa”, privo di una famiglia d’origine, senza una donna a fianco, con pochi amici (Nicola Strangio, il medico che lo cura a Milano, già suo compagno da ragazzo e Michele, un altro compagno morto da giovane che gli fa da coscienza), burbero, insofferente. L’autore non lo dice, ma fa pensare a un fico d’india che nasconde malinconie e dolcezze dietro un di più di spine. Uomo dalle scarse frequentazioni: Catena la donna che gli fa le pulizie (ma non ha la discrezione dell’Adelina di Camilleri, né le sue doti di cuoca sopraffina; il pranzo, il maresciallo se lo compra da Rosarino, noto soprattutto per i suoi “pipi chini”) e la massaggiatrice orientale, dalle mani sensibili almeno quanto la sua intelligenza. Con poche passioni: la Brasilera, bevanda mista di gazzosa e caffè, e, soprattutto, «la sua mezzaluna di sabbia e silenzio, la spiaggetta del Pàparo, così da zittire i troppi rumori del mondo».

Ma anche il brigadiere Federico Costantino, ligio al dovere, ma poco aduso a “prendere iniziative”, con la fidanzata Ausilia, futuro medico, determinata a rapide nozze e gelosa della giornalista locale Annamarialuisa Codiloti. Il procuratore Girolamo Califano, tutt’altro che un’aquila. E i «Tre Fenomeni di San Telesforo Jonico, ovverossia Mario Corasaniti,detto ’u Filòsofu, Peppa Caldazzo, altrimenti noto come ’u Sapùtu, e infine Ciccio  De Septis, da tutti chiamato ’u  Rinàtu», che passano il loro tempo tra bar e piazzetta a parlare di massimi sistemi o, comunque, di cose di cui ben poco sanno.

E il barone Celata di Lauria, chiuso in camera a redigere un testo sull’influenza dell’architettura araba sul medioevo calabrese, la moglie Silene, alle prese con miriadi di iniziative benefiche sparse per il mondo, il figlio, Falco, cresciuto da varie tate in diverse città, che tornava raramente in Calabria «e solo per chiedere soldi. (…) La sua attività creativa consisteva sostanzialmente nell’incapricciarsi di un’idea balorda, letta o sentita dire da qualche parte, e usare i soldi di famiglia per tentare di realizzarla. Il giovane entrepreneur, tuttavia, come si incapricciava con altrettanta celerità si scapricciava, sicché le sue iniziative duravano quello che duravano, il tempo di perdere qualche migliaio di euro – tanto, a lui che gliene fotteva? – e aspettare una nuova ispirazione che certamente non sarebbe tardata ad arrivare.»

L’andirivieni tra Milano e Lamezia e tra Lamezia, Crotone, Catanzaro, San Telesforo, consente a Vitaliano un ripetuto viaggio, quasi un nostos (il viaggio di ritorno di greca memoria) in una terra continuamente ri-scoperta, anche perché vista col sentimento struggente di chi sa che, per le sue condizioni di salute, potrebbe non esserci un altro viaggio.

Non è la prima volta che la Calabria entra nella narrativa gialla (vedi i libri sul Giudice Meschino di Mimmo Gangemi, cui pure, in questo testo, ci sono dei rimandi), ma lo sguardo e, soprattutto, il timbro, ritmo e voce, di Vitaliano risulta del tutto originale.

Una lingua come una musica che sa di libera cavalcata. Magari sulla spiaggia amata da Misticò, con le onde che fanno da contrappasso ai suoni delle parole. Una lingua, commista di italiano, dialetto e pure invenzione, divertita e divertente. Pregna di ironia, di vitalità, al di là della morte aleggiante (quella degli uccisi al centro del giallo e, quella, paventata, del protagonista). Una lingua giovane che, superando i cliché della solita rappresentazione restituisce felicemente una terra ancora da esplorare: «quando la Statale 106 disegna un’ampia curva verso est facendo comparire all’improvviso il mare come il tenore che entra sul palcoscenico a cantare Vincerò!»

Fausto Vitaliano, La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò, Bompiani, pp.344, euro 17