LA RECENSIONE. VENEZIA siamo stati noi, Toni Jop (Città del Sole ed.)

LA RECENSIONE. VENEZIA siamo stati noi, Toni Jop (Città del Sole ed.)

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Toni Jop ha fatto il giornalista per anni all’Unità. Come me. Prima da Venezia e dal Veneto, poi a Roma. Stessa trafila della mia: da Reggio e dalla Calabria per finire nella Capitale. La sera, finito di scrivere, “passare” i pezzi, fare titoli o pagine ci vedevamo spesso all’ingresso della Galleria in Via dei Due Macelli (un tiro di schioppo da Piazza di Spagna e Trinità dei Monti). Da lì ci spargevamo, insieme ad altri nostri compagni e colleghi (ma il termine collega non l’abbiamo mai utilizzato), verso i ristoranti della zona. Mangiavamo e discutevamo. Spesso polemizzando. Toni, per dire, sosteneva con garbo che io fossi un moderato e, in qualche modo, aveva ragione. Io, con tutta la delicatezza del caso, lo accusavo di essere estremista e radicale. Ma avevo torto.

Toni, in realtà, non è mai stato né estremista né radicale, né comunista, anarchico e/o gruppettaro. Toni, io l’ho sempre sospettato ma ora ho anche oltre 200 pagine di prove del libro che ha appena pubblicato, è stato sempre e soltanto un poeta. Poeti sono quelli che in modo naturale riescono a vedere e capire cose e persone che i non poeti non vediamo se non con grandi e dolorosi sacrifici, e per di più in modo incompleto. Hanno, come Jop, una vista curiosa e incasinata con cui guardano, vedono e capiscono quel che gli sta intorno con una facilità e una profondità sconosciuta a noi normali costretti a grandi sacrifici e sofferenze. Anche loro (piccola rivalsa dei non poeti) soffrono perché la loro sensibilità irrequieta li costringe sempre a esporsi senza alcuna protezione davanti a persone e situazioni. Non è facile non potersi mai sottrarre perché hai il dono di capire e vedere al di là delle apparenze.

“VENEZIA siamo stati noi” scritto da Jop, che Antonella Cuzzocrea e Franco Arcidiaco hanno pubblicato per i tipi di “Città del Sole Edizioni”, è un libro, si capisce subito, scritto da un poeta. Non fatevi confondere dal fatto che sia scritto in prosa. L’autore vede e racconta una Venezia sconosciuta. Una città mille e una volta più bella e affascinante di quella che ci viene propinata sui dépliant patinati. E’ quella della sua giovinezza. Una città incantevole e fragile. Ora ed ormai banalizzata e dentro una crisi profonda perché non adeguatamente protetta. Non penso al paragone col poco o niente che io so di Venezia. Credo, invece, che molti veneziani che vivono o hanno vissuto a Venezia, leggendo il libro di Jop, si troveranno in imbarazzo pensando, nella loro lingua dolce e incomprensibile, “ma va! Non mi ero mai accorto che Venezia fosse così”. Il cuore della sofferenza che procura l’analisi di Jop, la differenza tra la sua Venezia d’incanto e quella di ora dipende dall’espulsione dei veneziani dalla città. Non essersi opposti alla “deportazione” ha trasformato e impoverito Venezia forse, ed è un giudizio terribile, irreversibilmente condannandola alla decadenza. Come scrive in una rapida e intensa prefazione Furio Colombo, che di Jop (e del sottoscritto) è stato il Direttore al tempo dell’Unità, “Jop racconta di un popolo giovane e sconnesso che viveva un tempo a Venezia, con una libertà ben radicata in una terra che promette solo lo scherzo grandioso di essere al mondo e di poterlo godere, due cose che sono un fatto e un diritto”.

“VENEZIA siamo stati noi” è più facile leggerlo che raccontarlo. Per la ricchezza di riflessioni, passioni, emozioni, sensibilità che portano alla conclusione che “Venezia era un motore profondo e illimitato di visioni, un’instancabile fabbrica di suggestioni capace di schiacciare il tempo in un attimo, rendendo indistinguibile il passato dal presente, ciò che c’era mille anni prima c’era sostanzialmente ancora, pur annerito, gonfiato, spanciato, curvato, scrostato (pag 56). Nel libro, Venezia e l’autore diventano una sola cosa.

Jop racconta il cedimento di Carlo (Ripa di Meana), di notte “proprio alle Zattere, lunga falce di masegni giusto di fronte alla Giudecca”. Fu lì che “Carlo mi sembrò a pezzi. Per dirla tutta, davanti a un bicchiere vuoto, piangeva silenzioso”. “Si era lasciato con la sua amata compagna Gae Aulenti, e non trovava la strada, mi raccontò, un modo di sopravvivere senza soffrire così tanto”. “Che problema c’è?”, improvvisò Jop. Si spacciò esperto lettore del futuro e “per sbrogliare una situazione intricata: io, un anarco-comunista italiano, figlio di Gramsci, Brecht e Hammett, avrei letto le carte a un compagno socialista attorno a un tavolino da bar nel deserto notturno delle magiche Zattere. Mi chiese: “Ma Toni, sai davvero leggere le carte?”. “Certo” gli risposi mentendo con la gioia nel cuore”. Toni smistò le carte e “in base a nulla” sentenziò: “Tra pochissimo tempo, incontrerai una ragazza … bellissima … e con lei vivrai a lunghissimo, mediamente felice come ora non riesci nemmeno a sperare”. Qualche mese dopo Carlo incontrò Marina “più o meno come l’avevo descritta in quella notte da falsario”. Jop, che giura di non averlo mai fatto prima, conclude annotando. “Non ho mai più letto carte per nessuno”.

*Toni Jop, VENEZIA siamo stati noi, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 15 euro.