RENDI-CONTO. Io, Mimmo Gangemi e il Popolo di mezzo

RENDI-CONTO. Io, Mimmo Gangemi e il Popolo di mezzo

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Questa non è una recensione ma un Rendi-Conto: quello di chi scrive, con l’opera letteraria di Mimmo Gangemi, ormai scrittore affermato nel paese e non solo. E si tenga conto che essere e/o vivere in Calabria ed affermarsi nel paese, voglio dire fuori dalla Calabria, è raro e difficile perché la Calabria è terra debole e le terre deboli hanno molte e più difficoltà ad affermare i loro fiori.

Con il lavoro letterario di Gangemi mi sono incontrato casualmente tanti anni fa, quando stavo a Roma, perché miei compagni ed amici di Palmi mi chiesero di leggere “25 Nero” e di sollecitare una recensione sull’Unità il giornale per cui lavoravo.

25 Nero fu una rivelazione. Gangemi lo aveva costruito romanzando una storia vera che nel 1925 aveva sconvolto Palmi in uno dei suoi momenti alti e identitari: la processione della Varia, la Madonna a cui Palmi è devota che viene portata per le strade del paese ad agosto. In mezzo a decine di migliaia di persone, in quell’anno, si consumò uno scontro sanguinario tra fascisti, co munisti e sinistre in cui rimase direttamente coinvolto Leonida Repaci, intellettuale, che sarebbe poi stato un letterato di rilievo nazionale e, in quel tempo, amico di Gramsci e dirigente del Pcd’I.

25 Nero è un libro che una volta che cominci a leggerlo non riesci più a smettere fin quando non arrivi alla fine. A me fece questo effetto e, immagino, lo fece a quanti iniziarono a sfogliarlo.

Non conoscevo Gangemi che è ingegnere. E il suo mestiere mi fa rabbia quando penso quanto tempo ha perso a fare l’ingegnere rubandomi la lettura di chissà quanti ottimi libri che non farò più in tempo a leggere. Né mi ha mai convinto, tutte le volte c’ha provato, con la teoria che essere ingegnere lo ha aiutato a scriverli i libri perché l’ingegneria, secondo una sua personalissima opinione, aiuta la formazione di un ordine mentale che facilita la scrittura e la scansione del romanzo. 

Comunque, 25 nero non venne recensito sull’Unità. Io ci provai. Ma riuscii solo a capire che il servizio culturale dei giornali di allora, quelli di livello alto, era una specie di repubblica separata gelosissima della propria autonomia, garantita direttamente dal direttore (ai miei tempi Veltroni, a garanzia che il servizio non diventasse una specie di lunghissima teoria di marchette e libri raccomandati da amici, giornalisti e politici potenti. Quelli del servizio culturale dell’Unità la chiamavano battaglia culturale e Gangemi fu una delle vittime di quella guerra.

Insomma, malgrado il mio impegno, la recensione non vide mai la luce. Invece, la luce e la rivelazione di un grande scrittore, mio vicino di casa, la ebbi subito io. Certo Gangemi era ingegnere. Anche Gadda era ingegnere, per non dire di Quasimodo che fu geometra a Reggio Calabria. Ma loro non erano contenti come lui e immaginavano il loro lavoro come un furto rispetto alla loro arte.

Dopo 25 Nero ho sempre letto i libri che Gangemi ha pubblicato. Uno migliore dell’altro. L’ho conosciuto, siamo diventati amici. L’ho letto con un piacere crescente e non ho saltato nessuno dei libri successivi.  Ogni volta lo trovavo migliore rispetto al libro precedente. La Signora di Ellis Island mi è sembrato il massimo. E ora (si capirà il perché più avanti) posso dirlo senza ferirlo: mi ero convinto che non avrebbe mai più potuto far meglio, né darci di più. Pensavo fosse arrivato.  Ho raccolto molte confidenze, anche di persone insospettabili, che hanno pianto per la morte di Ehitù sfogando e liberando l’emozione crescente che si conclude quando Giuseppe “Poi si sollevò e, con Ehitù tra le braccia, squarciò la folla che si apriva al suo passaggio”.

Ed invece, ancora una volta l’Ingegnere mi ha sorpreso. Nel Popolo di mezzo, un titolo che più complicato ed enigmatico non si può, Gangemi è riuscito a saltare oltre le altezze della Signora regalandoci un grandioso affresco della vita dei meridionali scappati dalla fame e dalla miseria per precipitare nel dramma e nei dolori dell’emigrazione in America.

Pagine così coinvolgenti come quelle che descrivono il linciaggio razzista di una briciola del popolo di mezzo (né negri né bianchi come comanda dio: solo razza meridionale che un po’ scura è) non le avevo mai lette. Mai una storia d’amore l’avevo vista nascere come nelle pagine sull’inizio della storia tra Tony e Mary. Né avevo letto un racconto e una comprensione del Jazz come quella che emerge (insospettabile) dalle pagine dell’ultimo Gangemi. Per non dire del finale dove s’inseguono la morte e la speranza in un’apoteosi che commuove ed emoziona.

Ecco, io, e qui concludo il mio Rendi-Conto, voglio chiedere scusa pubblicamente a Gangemi per aver pensato che non avrebbe mai superato la Signora. C’è riuscito l’ingegnere di Santa Cristina e s’è consegnato definitivamente al mondo degli scrittori che resteranno nella storia di un popolo.