L'INTERVENTO. Calabritudine

L'INTERVENTO. Calabritudine

calab

So cosa pensi mentre prepari le valigie, mentre parli da solo ed urli nella tua mente.
La verità è che sei indeciso tra l’andare e il rimanere, tra il fermarsi e il ripartire, tra il giocare e il far sul serio.
Lo so, conosco la sensazione che provi, la capisco, l’ho fatta mia tante volte, l’ho abbracciata, derisa, sminuita e l’ho scongiurata di lasciarmi in pace.
Il sentirsi figli rifiutati di una terra che non ti ha mai voluto, una terra dal grembo reso sterile dalla fame dei politici e della ‘ndrangheta.
Lo so, lo capisco, non è colpa tua se ammassi velocemente in quel trolley i tuoi vestiti firmati, il tuo Pc portatile, le tue lucide scarpe; mentre senti quel singhiozzare dell’anima che non avevi mai provato e che ti atterrisce, ti strema, ti indebolisce.

Questa è  la Calabritudine,  mio conterraneo, mio buon lettore, un misto tra malinconia ed inquietudine; appartiene al calabrese che è dovuto andare via, che è convinto di rimanere e che ha la voglia di scappare.
Lo so, ti può sembrare strano, ma la calabritudine, come la nostra terra, ha le proprie fondamenta tra i contrasti, è figlia degli ossimori e delle metafore a metà.
Ammettilo, ti sarà capitato, mentre arrotolavi gli ultimi calzini di vedere in un flash, palpabile ed immediato, il colore del mar Jonio, la rocca di Tropea, l’azzurro vivo del cielo e gli oleandri in fiore; lasciando subito dopo spazio, dentro all’ anima provata, all’illusione, alla bislacca speranza che qualcosa possa cambiare: che u “cumpari ru cumpari” ti possa chiamare, per quel fantastico posto di lavoro donato dal “fato”, senza bisogno di esperienza o titolo di studio.

Preparale quelle valigie amico mio, perché qui non c’è più posto;  per il momento non avere sete di ritornare, prendi dall’esperienza che stai per fare, dai luoghi che starai per visitare tutto quello che c’è da prendere, tutto quello che puoi vivere ed assorbire. Lasciali perdere quelli che ti colpevolizzeranno, quelli che ti diranno: “non hai avuto il coraggio di rimanere”, la verità è che queste parole, dette in un attimo di ripensamento ed esitazione sono figlie della paura , indegne per il tuo stato d’animo e per il sacrificio che farai ma che  non sarai mai pronto a fare.

Prendilo quel treno o quell’aereo amico mio ed abbraccia tuo padre e tua madre, li ritroverai, quando all’improvviso la calabritudine riapparirà, ed avrà, fata Morgana dolce e cattiva, il calore dell’abbraccio di chi ti ama veramente, il colore degli occhi simili alla sabbia dorata di questa nostra terra disgraziata che ci ha spinto lontano, ma che in fondo aspetta, come una Penelope disgraziata ed a brandelli, il nostro ritorno.
Buon viaggio amico mio!                                                                             

Luciano Tribisonda