LA RECENSIONE. Storie di lotta e di anarchia in Calabria, Piero Bevilacqua (a cura di), Donzelli (II parte)

LA RECENSIONE. Storie di lotta e di anarchia in Calabria, Piero Bevilacqua (a cura di), Donzelli (II parte)

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(Seconda e ultima parte)

Per ritornare al libro, ancora meno comprensibili sono alcuni passaggi di Bevilacqua dedicati ai due saggi sulla strage di Calabricata (1946) e a quella di Melissa (1949).

Secondo Bevilacqua “[…] sotto la spinta del Partito comunista e del Partito socialista (allora Psiup), insieme alle rispettive organizzazioni sindacali in cui, per una certa fase, operarono anche le forze cattoliche, si cercò di colpire le strutture spesso arcaiche della proprietà fondiaria […] I contadini, che uscivano allora da un isolamento quasi secolare, trovarono finalmente strutture organizzative in grado di sostenerli e di guidarli, dando vita a quello che può considerarsi il più vasto movimento di lotta del Mezzogiorno contemporaneo. […] E’ grazie alla nuova pagina politica che si inaugura in Italia dopo la sconfitta del fascismo […] che i contadini trovano orizzonti ideali di riscatto e strutture organizzative nella Federterra e nel Partito comunista. ” (pagg. 11-14)

Sulla questione della politica agraria seguita dalle sinistre nell’immediato secondo dopoguerra si sono scritti trattati e sono ancora oggi aperti problemi interpretativi che non possono essere sviluppati né in una introduzione né in una recensione. Tuttavia alcuni punti sembrano ormai condivisi dopo che è caduto il pesante manto ideologico che ha avvolto molta ricerca storica e sociologica e che rendono le affermazioni dell’introduttore per niente condivisibili. Cercherò di essere schematico:

  • il Psiup fu sostanzialmente assente alle lotte per due ordini di motivi: la persistente tradizione di diffidenza (pure fortemente presente nel Pci) per l’«anima proprietaria» del contadino e l’influenza determinante di Morandi che, come Saraceno col quale fonderà lo Svimez, era convinto che la questione meridionale si decideva nel campo industriale e non in quello agricolo. Una posizione che trovava molti sostenitori anche nel Pci dell’epoca;
  • al di là della retorica, non c’è dubbio che i decreti Gullo furono, al momento della loro emanazione, quanto meno sottovalutati dal Pci e in seguito, come è noto, scarsamente applicati. Mentre Gullo considerava i decreti premesse a una riforma agraria diversa da quella che poi si attuò nel ’50, l’Unità scriveva il 7 ottobre 1944: «questo decreto non è nemmeno un primo passo verso una legge di riforma agraria [...] non ha un grande rilievo democratico ma solamente un ovvio valore umano...»;
  • è difficile portare ad unicum il periodo tra i due episodi. I tre anni intercorrenti tra il 1946 e il 1949 sono dissimili. La stessa analisi di parte comunista ha sempre contrapposto un primo ciclo (‘44-’46), come caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, spontaneità assoluta e un secondo, incentrato sulla Costituente della terra nata alla fine del ’47, in cui il partito cerca di assumere la direzione delle lotte. Sempre L’«Unità» tra il 1945-1946, sostanzialmente tace degli episodi di lotte contadine meridionali o li riduce a sintomi puramente locali di generico malcontento;
  • fino al 1947 il «ritardo» del Pci si manifesta non come disinteresse per la questione agraria e meridionale, ma come analisi meramente teorica, senza collegamenti con le lotte in corso, verso cui, anzi, assume spesso una posizione negativa. In un convegno tenuto a Napoli proprio un mese prima dei fatti di Calabricata del 1946 il segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Maglietta, dichiara: «Noi dobbiamo impedire - siamo tutti d’accordo - l’occupazione abusiva dei fondi»; e Sereni, pur parlando del fatto nuovo rappresentato nel sud dalla pressione delle masse, non stabilisce nessun nesso specifico con le lotte in corso, anzi si sofferma su «tutte le insufficienze, tutti gli infantilismi», su «quanto ancora sia frequente e pericolosa, nel movimento delle masse agricole del Mezzogiorno, la mancanza del senso dei limiti e delle possibilità»;
  • solo nel 1947 il Pci lancia la famosa parola d’ordine “la terra a chi la lavora” ma non chiarisce mai gli equivoci tra “lotte contrattuali” e “lotte per la terra”; il tema del “limite permanente della proprietà” e il comportamento verso le diverse classi di contadini (medi, piccoli proprietari, salariati, braccianti, coloni, fittavoli …) così che la Federterra ebbe spesso vita stentata e difficile con scarsissime adesioni in alcune aree del sud;
  • il moto di occupazione di terre dell’autunno ’49 non fu considerato dai dirigenti nazionali un risultato dell’impegno del partito, ma al contrario una non più rinviabile richiesta che il movimento poneva al partito. Finanche Grieco è costretto ad ammettere: ”Nessuno di noi, e neppure la organizzazione sindacale, aveva previsto la possibilità di movimenti così ampi per quest’anno [...] non possiamo più limitarci a registrare le esplosioni dei contadini meridionali, ovvero ad attenderle per prenderne la direzione. Dobbiamo organizzare e dirigere le lotte dei contadini. E a questo proposito mi pare si debba dire che lo studio delle forme di organizzazione idonee a raggruppare ed a mettere in movimento le masse dei contadini poveri del Mezzogiorno e delle Isole, lasci molto a desiderare”;
  • infine la presenza di due linee contrapposte nel Pci, quella Grieco e quella Sereni, divisero il partito fin da quando il primo assunse, nel ‘47, la direzione della politica agraria, arrivando allo scontro politico aperto solo nel momento della definitiva vittoria della seconda nel 1956. Per Grieco (fedele all’impostazione di Lenin sulla questione agraria in Russia e di Gramsci sulla questione meridionale) la vera riforma agraria è inattuabile in regime capitalistico: la terra ai contadini, inutile senza credito e capitali, verrà data solo dopo la presa del potere. Completamente opposta è la tesi sostenuta da Sereni, quando, illustrando la nuova parola d’ordine da lui lanciata della «terra a chi lavora», dichiara che essa «può diventare e restare, nel nostro paese, la base della costruzione socialista nelle nostre campagne».

Che ci furono singoli personaggi che sfidando l’ortodossia del pensiero politico vigente affiancarono i contadini nelle loro rivendicazioni è una cosa; affermare che ci fu una prassi politica a sinistra chiara, evidente e lineare a sostegno dei contadini meridionali è una tesi discutibile.

In realtà lungi dal considerare gli episodi dell’autunno del 1949 come “il più vasto movimento di lotta del Mezzogiorno contemporaneo”, come la genesi di un riscatto tanto atteso, sarebbe più opportuno, a mio avviso, considerare quegli episodi come la coda di un movimento al quale, al contrario, non furono offerte solide alleanze politiche il cui risultato fu una immediata e massiccia ripresa del fenomeno migratorio dalle campagne.