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REGGIO. Da bella e gentile a città barbara. CALABRÒ

REGGIO. Da bella e gentile a città barbara. CALABRÒ

rvc        di ANTONIO CALABRÒ - Attraverso la città da un capo all’altro, e in gola si forma un groppo che è insieme nostalgia e rabbia. Attraverso i resti dei nostri ricordi, fatti a pezzi da cervellotici innovatori senza amore, smembrata dalla volontà di renderla simile ad un parco giochi disneyano, squassata da progetti faraonici lasciati a metà, abbruttita da tombe di cemento sparse ovunque.

Colate di bitume, gradoni e arene, orribili costruzioni di ingegneri e architetti ispirati dal dio della bruttezza. Mi chiedo se i reggini abbiano ancora la capacità di giudicare serenamente, o se anche i loro cervelli siano finiti nel limbo della pazzia ambiziosa che ha mosso gli atti di una intera classe politica la cui ignoranza abissale ha trasformato questa città in una pattumiera.

Mi chiedo se i reggini di oggi abbiano provato ad entrare per un passeggiata alla Villa Comunale, e non siano inorriditi di fronte allo spettacolo indecente di abbandono, di incuria, di devastazione. Mi chiedo se quel bambino che risiede in noi, quello stesso bimbo che in quel piccolo parco con alberi magnifici ha passato momenti solari con i nonni o i genitori, non abbia pianto di fronte alla spoliazione di un luogo così caro a tutta la città.

Mi chiedo se i fantasmi delle bande musicali che sin dalla fine dell’ottocento animavano quel luogo incantato, tra la vegetazione proveniente dai luoghi più lontani del mondo, non abbiano deciso di abbandonare questa nuova indecenza a cielo aperto. Mi chiedo se i danni fatti da un modello che oltre la cartapesta non ha mai fatto nulla di buono, siano irreversibili e letali.

Attraverso la città da un punto all’altro e non la riconosco più. Il ponte Calopinace, con la sua piazzetta antistante, già mercatino denso di umanità e di calore, trasformato in una costruzione post- moderna, con gradoni da stadio per giganti e con il colore grigio del cemento che domina.

Mi chiedo se questo mancato rispetto per una bellezza semplice, sostituita ovunque da megalomani opere squadrate e antiestetiche, non rifletta in fondo la superficialità e la sublime ignoranza dei neo dominatori che non hanno mai avuto a cuore la città, e che anzi l’hanno resa occasione di bottino.

La fontana del Castello Aragonese sparita, le pietre di Macellari divelte, gli alberi secolari abbattuti a colpi di ruspa, le piccole villette trasformate in spianate arroventate dal sole. Piazze, vie, luoghi storici, periferie in espansione: tutto finito nel tritacarne di una finta modernità, di un inganno al quale hanno abboccato come tanti pesci fessi i miei concittadini.

Mi chiedo come non si faccia, attraversando la città da un capo all’altro, a comprendere la portata storica dei danni inflitti alla città. Questa cecità è qualcosa di altrettanto grave. Forse vivere immersi nella bruttezza porta a sviluppare una indifferenza rassegnata, a non pretendere nulla di più, ad accontentarsi di vivere tra immondizia, topi e blatte, con questi cubicoli inquietanti che sono in realtà monumenti alla bugia, e alla superficialità di un modus vivendi incivile e barbaro.

Perché oggi Reggio somiglia molto a quelle antiche cittadine depredate dai barbari. Porta i segni di una violenza occulta, è ferita nel corpo e nell’anima, e nessuno si preoccupa più neanche di curarla. Imputridisce sotto il sole, mentre il suono minaccioso dei bassi a duemila watt ci ricorda che le feste continuano, l’orchestrina del Titanic continua a suonare, e l’amarezza di chi ancora è capace di provare quell’introvabile sentimento chiamato amore diventa fiele corrosivo.

Si dovrebbe piangere ogni giorno, per l’agonia prolungata di una città bella e gentile trasformata in un museo dell’orrore, e fare di questa tristezza un’arma di riscatto che riesca, in qualche modo, a interrompere questo corsa a precipizio verso la bruttezza, figlia irresponsabile del potere e dell’ignoranza, dominatori incontrastati della nostra storia recente.

Attraversate la città da un capo all’altro, concittadini. Vi renderete conto di quanto grandi siano stati i danni, e quale sia stato il prezzo che abbiamo pagato per la fortuna di pochi squallidi personaggi, che hanno ancora il coraggio spudorato di mentire. Invece dovrebbero fare come Edipo, che dopo essersi reso conto della gravità del suo peccato si accecò con uno spillone.

L’insostenibile leggerezza dell’essere reggini, questo è tutto.