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I petrali, la ricchezza nascosta dietro la povertà FRANCO

I petrali, la ricchezza nascosta dietro la povertà FRANCO

petrali

di MARIA FRANCO -

Qualche secolo prima di Cristo. Elide ravvivò il fuoco e iniziò a impastare un po’ d’acqua e farina. Le mani, ghiacciate dal freddo, si sciolsero nei movimenti abituali. Pensò che un cibo più buono avrebbe riscaldato meglio padre e fratelli al ritorno dal pascolo, qualcosa che avesse il colore del sole. Versò del miele sulle pitte prima di chiuderle a forma di luna.

Alla fine dell’Ottocento. Non si sentiva già bene, Anna – mancava un mese al parto – quando fece cadere tre uova per terra. Il sangue le salì alla testa e le ridiscese rapido ai piedi. La suocera ne avrebbe fatte di storie. Ma, essendo il guaio fatto, tanto valeva ricavarne qualcosa di buono. Rubò dalla dispensa un pugno di zucchero, due di farina e un cucchiaio di sugna, ne fece una ciambella e la riempì di fichi secchi. La suocera gliene avrebbe dette di cotte e di crude, se il bambino non fosse nato, in anticipo, qualche ora dopo. E lei si sentì rinvenire quando un boccone le si sciolse in bocca.

A metà del Novecento. La signorina Minichina, con la fedele Gaetana, tornò a casa il primo giorno della novena dell’Immacolata che ancora le stelle brillavano in cielo. Aveva superato i trenta anni e s’era rassegnata a non avere famiglia – nessuno l’aveva chiesta in moglie – prima ancora che la morte del fratello la lasciasse sola in casa con la tata. La sua ricchezza e i suoi modi le davano un ruolo nel piccolo paese abbarbicato tra colline e mare. In chiesa, davanti alla statua della Madonna dell’Abbondanza – una sorta di dea contadina, con in mano spighe di grano – le era venuto in mente che, per Natale, doveva preparare un dolce speciale. Che fosse composto di tante cose: tredici come i cibi che si mettevano in tavola la sera della Vigilia, quand’erano ancora vivi i suoi genitori. Per la pasta esterna, bastavano farina, uova, zucchero, sugna e lievito. Per il ripieno avrebbe usato fichi, mandorle, noci, miele, mosto, bucce di mandarino, bucce d’arancia. E, poi, ci voleva qualcosa che sembrasse tante stelline. Aveva visto in una drogheria in città degli zuccherini colorati, li avrebbe fatti comprare per spargerceli su.

Non so chi abbia inventato i petrali. Forse, non lo sa nessuno. E, forse, nessuno sa davvero che cosa significhi il loro nome: qualcuno dice che si riferisce alle pietre (petra), qualcuno ai preti (previti). A me piace pensare che sia un dolce nato nel tempo, un po’ per caso, un po’ per scelta. E immaginare le tantissime donne – dalle fanciulle della Magna Grecia alle madri di famiglia del secolo scorso – che, ognuno a modo suo, hanno racchiuso in una mezzaluna di pasta frolla un po’ del dolce della nostra terra.

Mi piace fare i petrali. Non solo perché sono (molto) buoni. Ma anche perché è, un po’, come immergere le mani nella nostra storia, riconoscere la ricchezza nascosta dietro la nostra povertà. Oltre ciò che non siamo e non abbiamo, la pienezza possibile.