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Don Peppe, l’ultimo cantastorie della Chanson d’Aspremont

Don Peppe, l’ultimo cantastorie della Chanson d’Aspremont

chanson     di MIMMO GANGEMI* -

Don Peppe aveva coronato il sogno tardivo della sua vecchiaia: ci era giunto a respirare l’aria di tre secoli. Era stato uno dei ragazzi del ’99, carne da macello nella grande guerra e soccorso all’animo fiaccato dei combattenti dopo la disfatta di Caporetto.

Pur centenario, si tratteneva su una panchina della piazza a chiacchierare con altri vecchi, scandendo un lento scorrere di tempo, di sicuro altrove più veloce. Erano in un paesino della Bovasia, nell’area grecanica, reggino ionico, lì dove l’Aspromonte – la propaggine delle Alpi situata più a sud, tiratasi su 200 milioni di anni fa, per la spinta della crosta africana sulla zolla europea – offre al mare i calanchi, solchi bianchi e ramificati che discendono i crinali, dal colore aspros, bianco in greco.

Parlavano nell’unica lingua che conoscevano, già in bocca ai loro antenati da due millenni e mezzo, il greco antico, insaponato di dialetto per colpa delle storpiature incrostate nel lungo cammino e dei popoli giunti da conquistatori. Mugugnava a mezze labbra e a mo’ di cantilena ricordi sprofondati nelle viscere del secolo appena svoltato, ascoltate dal nonno attorno alla ruota del braciere nelle serate di levantina.

Erano versi in ottave. Vi comparivano un imperatore, la donna guerriera Galiziella, Ruggieri di Risa, con Risa che è l’antica Reggio, guerrieri della montagna, e le loro gesta epiche, anche con armi fiammeggianti – il fuoco greco. “Una volta li sapevo meglio” si giustificò quando gli si incepparono i ricordi. Non era a conoscenza di stare recitando brani di una cantata in grecanico che in seguito, in normanno, divenne la Chanson d’Aspremont, una delle prime chanson de geste, del ciclo carolingio, partorita poco dopo la Chanson de Roland e su cui Ariosto mise gli occhi e attinse per l’Orlando Furioso.

Le prime notizie sulla chanson d’Aspremont risalgono all’inverno 1190/1, declamata in Aspromonte per le truppe crociate di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto di Francia in procinto d’imbarcarsi per la terza crociata contro Saladino, lui intenzionato a invadere il Meridione d’Italia e ad avanzare da lì alla conquista dell’Europa.

Nella chanson i saraceni combattono contro Carlo Magno – la storia ci dice che invece si scontrarono con i Bizantini e che Carlo Magno mai scese tanto a Sud, e infatti nella ballata don Peppe non dà un nome all’imperatore. Era propaganda in favore della crociata, e un modo per intrattenere e allietare i soldati. Esistono parecchie versioni. Le più antiche sono quella anglonormanna della fine del secolo XII e quella franconormanna del XIII. Ce ne sono anche in italiano, una in forma manoscritta del XIV, un’altra della prima metà del XV, una terza, in stampa, del XVI – edizioni Bindoni di Venezia.

Nessuna nel grecanico di don Peppe. Eppure a lui era giunta così, tramandata di generazione in generazione. Significa che, ancor prima dei Normanni, esisteva la tradizione orale, nel grecanico parlato nei luoghi delle vicende. Vi si esibivano i contastorie e i giullari – le stesse descrizioni geografiche sono talmente aderenti alla realtà da palesare che, comunque, la stesura avvenne in Aspromonte, e la presenza, nella prima versione manoscritta, dei dromoni, navi bizantine che già non ci sono dopo l’arrivo dei Normanni, indica che l’autore ha attinto dai cantastorie e che nella traduzione gli è sfuggito di eliminare particolari che tradiscono l’”appropriazione indebita”. Quindi, gli stranieri in armi di fede se ne impadroniscono, la modellano a loro utile e ne fanno una sorta di propaganda politica, filo inglese la prima e filo francese la seconda, con piccole differenze – il franconormanno ha sostituito le ottave che acclamavano l’Inghilterra con altre pro Francia.

Peccato che non sia stata manoscritta nella lingua madre. O, meglio, peccato che a oggi non se ne sia trovata traccia su pergamena. Ma non si dispera, finalmente studiosi di rilievo – la prof.ssa Sicari di Reggio, il prof. Gangemi dell’Università di Padova, il prof. Castrizio dell’Università di Messina, tutti d’accordo con il nostro don Peppe – si attivano su un patrimonio letterario, tra gli 11 e i 13 mila versi, a seconda della stesura, che appartiene specialmente all’Aspromonte, di grande valore poetico e sociale.

E anche fondamentale sul tema dell’evoluzione della lingua, se si pensa che, dopo la morte di Petrarca e Boccaccio, quando ci fu una levata di scudi delle università italiane contro la “lingua da ciabattini”, i toscani, per stabilizzare il loro volgare, tradussero e diffusero molte opere, compresa la Chanson d’Aspremont, che intitolarono “Cantari d’Aspromonte”, e in essa compare la donna guerriero Galiziella, assente nella versione normanna, un’ulteriore prova, questa, che attinsero, traducendoli, direttamente ai versi originali dei cantastorie, in grecanico.

Nella chanson d’Aspremont compare la Santa Croce: viene portata sul campo di battaglia e lì sprigiona una luce fiammeggiante, alta fino in cima al cielo, che disorienta i nemici e li scompagina. Si fa anche menzione di un’abbazia realizzata dal duca Girart per seppellire i morti – in realtà edificata dai monaci basiliani.

Non può trattarsi che dell’abbazia di Polsi – nel cuore dell’Aspromonte – dove, al tempo, era in uso il rito della Santa Croce e non ancora quello mariano, della Madonna della Montagna. Polsi, simbolo quindi della cristianità e rifugio dell’anima per i soldati diretti alle guerre sante, quella stessa Polsi che oggi, ingiustamente, spogliano del culto e della fede, sprezzandola come luogo di ’ndrangheta e di perdizione.

Storie di quaggiù, che finiscono nel dimenticatoio. Storie di un profondo Meridione che non interessano all’Italia schizzinosa. Storie che è giusto risuscitare, perché patrimonio dell’umanità. Storie su cui le grandi Università europee – naturalmente tutte d’accordo con i Normanni – hanno sviluppato e continuano a sviluppare studi importanti e a stanziare fondi per la ricerca. Storie che sono nostre e che però da noi si tacciono.

Don Peppe non lo si vede più seduto sulla panchina della piazza al tiepido sole di primavera o all'ombra dei tigli nei tardi pomeriggi d'estate, con la voce raschiosa di gola in una lingua dal sapore della civiltà e con il vezzo di muovere rumorose, sciacquettanti e rapide le labbra come quando rinvigoriva la brace del sigaro, che l’età non gli consentiva più. Ha consumato i fiati mentre si accendevano i vividi colori delle foglie morte, nel primo autunno del nuovo millennio. Con lui se n’è andato l’ultimo cantastorie.

*Scrittore. Da pochi giorni in libreria il suo UN ACRE ODORE DI AGLIO, Bompiani.