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RECENSIONE: Un pallido sole che scotta di F. de Core

RECENSIONE: Un pallido sole che scotta di F. de Core

decore

di MARIA FRANCO

«Muovendosi come un pendolo, Napoli – ultima stazione del mio viaggio tormentato, segnato da un pessimismo acceso che non accetta la realtà così com’è, e la morde e, l’affronta – oscilla tra inferno e paradiso, speranza e delusione, Bene e Male. Senza mai dare una sola risposta. E senza mai riuscire a indicare con precisione dove dimorano realtà e irrealtà, diluendole nel suo mare. Sempre che reale e irreale, nella Città Corpo, siano veramente differenti.»

Si conclude così Un pallido sole che scotta, il viaggio nel cuore del Sud intrapreso da Francesco de Core, da Africo a Napoli, per rivisitare il presente rileggendo ciò che di quei luoghi del Meridione hanno scritto, da Umberto Zanotti Bianco, Corrado Stajano, Guido Piovene, Pier Paolo Pasolini (sulla Calabria) a Gatto, Camus, Pugliese, Compagnone, Ferrante (sulla Campania).

Una conclusione che mostra come la complessità del Sud – pur nel costante ripetersi della dicotomia inferno-paradiso – non possa semplicisticamente essere ricondotta ad un unico schema. Se, a Napoli, realtà e irrealtà trapassano facilmente l’una nell’altra e «Bene e Male s’inseguono, mescolandosi nella polvere di urla, violenza, risate e canti, per rendere di creta una maschera sola che si fonde alla pelle», ancora più nera, disperata, appare a de Core la situazione di Africo, da dove il suo viaggio ha inizio.

«Africo è il maschile di Africa, non solo un vento che taglia e non accarezza, che inquieta senza dare sussulti né forza, che pare dolce ma non lo è perché ti lascia addosso una sensazione di irrisolto. (…) Africo ha poche viscere e molte letture, memoria intermittente, Alzheimer della geografia, ombra sul più sterile degli stereotipi; è un dilemma interpretativo che pensavo di risolvere come il più semplice dei rebus e invece mi sfugge ancora. Se tanto inutile meridionalismo è carta straccia sulle cunette della 106 aggredite dal peggior cemento e dalle braccia giovani e conserte che abitano i bar, allora vuol dire che le cifre degli istituti di statistica non fanno altro che rimbalzare nel vuoto di quest’aria tersa e ingannevole: molto inchiostro e molti ammaestramenti da cattedra e poche, rare impronte. (…) Africo Vecchio e Nuovo è molte cose, una scatola troppo piccola per contenere tutte le sfumature del male; eppure dolorosamente le assembla, perché le riconosci, perché hanno un timbro anche quando finiscono a cinema, in un film come Anime nere che raccoglie applausi e consensi; e si avverte dolorosamente quanta distanza alla fine ci sia tra il mondo vero e quello narrato. Quand’anche ci fosse uniformità, e adesione, resta compatto come pietra il grumo del male che condanna le generazioni di ieri, di oggi, e quelle che verranno. Africa, Reggio Calabria, Italia: ricordiamolo sempre.»

Francesco de Core, Un pallido sole che scotta, edizioni Spartaco, 10 euro