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LA PAROLA e LA STORIA. Scekku/a

LA PAROLA e LA STORIA. Scekku/a

asino1   di GIUSEPPE TRIPODI

- Scekku/a, dal turco eschek, asino/a, era la bestia da soma più diffusa tra i contadini. In genere è un animale di buon carattere e, specialmente se di sesso femminile, facilmente cavalcabile anche dalle donne; inoltre ha bisogno veramente di poco per essere governato.

Nell’iconografia, anche religiosa, compare come bestia umile e particolarmente adatta ai cristiani, per i quali l’umiltà era una virtù rilevante, da contrapporsi al cavallo che invece era un animale per aristocratici e per guerrieri. L’antitesi cavallo-asino è plasticamente espressa nella regola dei Trinitari, approvata da Innocenzo III (1198) e poi confermata da Onorio III (1217), che all’VIII prescrizione recita testualmente: “Equos non ascendant nec etiam habeant, sed asinos tantum liceat ascendere datos vel accomodatos vel de propriis nutrituris susceptos ( “I frati non montino cavalli e neppure li posseggano, ma sia loro permesso di cavalcare soltanto asini di cui abbiano la disponibilità per donazione, o per prestito oppure che provengano da propri allevamenti”).

Il testo latino della Regola dei Trinitari, con tutte le varianti, si trova in Giulio Cipollone (a cura di   La liberazione dei <captivi> tra cristianità e islam, Roma, Gangemi, 2000, 72-117); per Maria Stella Calò Mariani (La scelta dell’asino, cavalcatura di Dio disarmato, ibidem, 477-487) nella proibizione deciso è il rifiuto ad ogni richiamo della guerra, e insieme negazione del mondo cavalleresco e delle valenze simboliche di cui il cavallo era portatore in occidente (479) mentre nelle peregrinazioni oltremare il ‘crociato sull’asino’, era in grado di comunicare, agli occhi del mussulmano, un segnale immediato di non-violenza, di proporre cioè l’immagine pacifica ed inoffensiva di un fratello disarmato. Tutto questo negli stessi porti, lungo le stesse strade, percorse da altri ‘crociati’, quelli che erano giunti in pieno assetto di guerra, montando cavalli e armati (478).

E d’altra parte non è casuale che nella tradizione cristiana l’asino accompagna Gesù in due momenti fondamentali come la fuga in Egitto, con cui la sua famiglia lo sottrae alla strage degli innocenti, e nell’entrata in Gerusalemme alla vigilia del martirio.

Nel Vangelo di Giovanni (12-14) si dice che Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra mentre in Marco (11, 1-11) si racconta che Gesù aveva incaricato i discepoli di cercargli l’asinello su cui nessuno era mai salito e, avutolo, vi aveva gettato in groppa dei mantelli ed era salito a cavallo; la circostanza dell’asino non compare in Luca mentre è più dettagliata in Matteo per il quale (21, 2) non di asinello si trattava ma di un’asina che aveva con sé un puledro.

Ricchi anche i riferimenti iconografici sull’episodio dell’entrata in Gerusalemme come quello presente nei mosaici della Cappella Palatina di Palermo e nella Cripta della chiesa di S. Biagio a S. Vito dei Normanni; nella chiesa di S. Caterina d’Alessandria l’ingresso a Gerusalemme sembra seguire la versione del Vangelo di Matteo in quanto sono presenti sia l’asina con Cristo a cavallo che, in secondo piano e semicoperto, il puledro.     

In questa rassegna asinina non può mancare u scekku jancu, cioè l’asino bianco, nelle espressioni levàri supra lu scekku jancu e mentìri supra lu scekku jancu usate per indicare il pericolo di essere esposti alle beffe e agli sberleffi del popolo per le più varie ragioni.

Nella lingua sardo-logudorese si trova l’equivalente: ‘nde l’ocare de idda a caddu a s’ainu, cioè cacciare una persona dalla città a cavallo dell’asino; si trattava di una gogna riservata ai sacerdoti in odore di concubinato e a chiunque, col suo comportamento, rompeva le regole non scritte della comunità contadina.

L’operazione ricorda le pratiche magiche del capro espiatorio con cui nelle società antiche si espelleva dalla città la persona che veniva ritenuta pericolosa per la sopravvivenza della comunità.

Ma lo scekku jancu si ritrova anche nella elezione dei papi altomedievali che avveniva con l’intervento del clero e del popolo di Roma che, oltre ad acclamare il papa scelto da altri e tra le famiglie più influenti della città, interveniva con riti che testimoniavano una funzione di controllo dell’operato del pontefice: si trattava di inversioni della dignità come il carnevale e la cornomania.

Quest’ultima era una sorta di liturgia sacrilega che si teneva, in presenza dello stesso pontefice, il sabato dopo la Pasqua davanti al clero ed al popolo di Roma: un sacrestano, con in testa una corona di fiori a forma di corna (chiara allusione alla mitra papale e vescovile; e in questo consisteva l’inversione buffonesca, nel fatto che il sacrestano assumesse il ruolo delle massime cariche ecclesiastiche) compiva gesti di incoronazione verso un arciprete che, cavalcando un asino alla rovescia, mimava anche lui il papa satiricamente trionfante.

Sembravano dunque carmina triumphalia indirizzate al capo della cristianità in cui il popolo, sostanzialmente estromesso dal potere cittadino e dai i suoi passaggi più significativi nei quali recitava solo la parte di comparsa, diventava in questo contesto “autentico soggetto della liturgia” rivendicando “un diritto alla censura e alla critica” (Alain Boureau, La papessa Giovanna: storia di una leggenda medievale, Torino, Einaudi, 1991, 91).