Casa, abitazione, in genere contrapposta a pagghiaru, il ricovero dei pastori che, nonostante il nome, non era fatto di paglia ma di muro a secco e coperto con lamiere: CASI PI CRISCHIANI NO PAGGHIARA recitava, in incerto stampatello, un cartello di compensato esposto a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso ad una manifestazione bracciantile nella zona jonica del reggino.Ma le due cose, casi e pagghiara, non erano poi tanto distanti nella Calabria aspromontana: anche la casa, pur di metratura più ampia, era spesso unicellulare (AA.VV., La casa rurale in Calabria, Firenze, Olschki, 1987) e uguali erano i canoni delle costruzioni ispirati al risparmio e dell’essenzialità: Casa quantu mi stai ( abitazione solo per starci), casa quantu mi ti zzicchi a testa intra (casa quanto per coprirti soltanto la testa), cu non sapi di casa mi faci nu furnu (chi non sa quanto costa costruire una casa provi a fare un forno e se ne renderà conto), a casa grandi mèntinci spini (casa grande riempila di spine), casa pìcciula / fimmina registrata (casa piccola / donna ordinata).
I muri erano spesso fatti di pietre e maddhu (argilla impastata) o, al massimo, di petra e caggi, cioè di pietre irregolari legate con malta di sabbia (rina) e calce.
Quest’ultima veniva comprata a tocchi, così come usciva dalla cava, e irrigata con acqua per scioglierla; il liquido gorgogliante scorreva attraverso un filtro e si raccoglieva sul fondo di una fossa a ciò deputata, carcara, (ma a Condofuri Carcara è anche toponimo), dove continuava a ribollire per molte ore; donde carcariari, bollire come la calce dentro la fossa, esteso al caldo corporeo per febbre alta (la frevi lu carcariava), alla temperatura estiva (Giugnettu ndi carcariàu, il mese di luglio ci ha letteralmente bruciati) o anche al gorgheggiare della gallina quando comunica al mondo di aver deposto l’uovo (La gaddhina carcarìa, viditi aundi fici l’ovu, la gallina gorgheggia, cercate l’uovo).
Quando la calce sbolliva la si faceva raffreddare e solidificare dopo di che era pronta all’uso; la si poteva lasciare anche per tempi lunghi purché la si ricoprisse onde evitare il rinsecchimento.
La casa contadina aveva, per ragioni fiscali e anche di sicurezza (Se vuoi guardar la casa fai un uscio solo, ammoniva un detto toscano), una sola porta verso l’esterno o, al massimo, una finestra accanto ad essa. La scarsa luce rendeva insalubri le abitazioni e la poca circolazione aerea creava difficoltà al deflusso dei fumi di focolari e bracieri.
La porta sola, quando era a battente unico, presentava in genere nella parte alta una apertura isomorfa in scala piccola che si chiamava ccettu, forse perché attraverso di esso si valutava se accettare gli estranei o barricarsi dentro, in attesa che andassero via, ‘… quel fortilizio simbolico, …, sistema organico di protezione, che filtra il negativo esterno contrastandone il potere invadente’ (L.M. lombardi Satriani – M. Meligrana, Il Ponte di San Giacomo, Palermo 1989, p. 29).
Le influenze esterne non sono solo quelle dei nemici ma anche quelle degli impiccioni, dei detrattori, degli orecchianti che si appostano dietro le imposte o al riparo dei muri: li finestri di lu paisi ndannu sempri li ricchi tisi (le finestre del paese hanno sempre le orecchie pronte a captare); cu si mmuccia arretu a lu muru senti li guai di lu so’ culu (chi si nasconde dietro il muro sente i guai del suo culo, le cose cattive che non vuole sentire).
Attraverso lu ccettu si introduceva il braccio per serrare (spostando una maniglia di ferro che scorreva tra due sostegni) la porta al montante.
Lu ccettu si chiudeva a chiave o, nelle assenze brevi, a mezzo di un nottolino di legno fissato con un chiodo e rotante intorno ad esso per l’apertura e la chiusura.
Mandàgghiusi chiamava in dialetto quel nottolino, dal greco mandalòs, catenaccio, chiavistello, e mandagghiari gli artigiani che lo costruivano, donde l’antroponimo Mandalari che è cognome assai diffuso non solo nell’area di Condofuri e San Lorenzo ma anche in Sicilia ed anche nella variante Mandalà, con l’apocope della sillaba finale.
Le porte a due battenti presentavano un taglio a metà altezza che permetteva di lasciare chiusa la parte bassa, per evitare l’accesso di animali indesiderati, e aperta la parte alta per fare entrare la luce.
Non era infrequente che le porte avessero un buco circolare, del diametro di venti centimetri e porto a venti centimetri dal pavimento, attraverso il quale entravano ed uscivano di casa a loro piacimento i gatti e le galline.