Matteo Scarfò è stato assistente alla produzione del film Boogie Woogie che il regista Andrea Frezza (Laureana di Borrello1937-Vibo Valentia 2012) aveva scritto e tentato di girare già negli anni ‘80, ma senza successo, perché bloccato da vicissitudini produttive dopo i primi ciak. Racconta Matteo: “Era un film a cui Frezza teneva tantissimo. Infatti, intorno al 2005 lascia Los Angeles, dove aveva insegnato sceneggiatura, per tornare definitivamente in Italia, tra Calabria e Roma, anche per ritentare di girare il film, riuscendo con il suo carisma a coinvolgere un grande cast di attori italiani e americani; ma il mancato finanziamento da parte del MIBACT lo aveva bloccato ancora una volta, provocando in lui un grande sconforto. Per fortuna in parte superato scrivendo il libro Così viviamo per dire sempre addio (2011), la storia della sua famiglia e degli ultimi anni della sua vita, che sceglie di trascorrerli negli stessi posti in cui è nato per “abituarsi” a dire l’ultima volta addio.Per ricordare ancora Andrea, a cinque anni della sua scomparsa, pubblichiamo la relazione che aveva scritto per la presentazione del film.
BOOGIE WOOGIE di Andrea Frezza
Questo film racconta diverse vicende realmente accadute in un periodo difficile e al tempo stesso esaltante della nostra storia.
Di quel periodo, dei dolori che affliggevano la gente e delle speranze che li aiutavano a sopravvivere e ad amare la vita, si sta perdendo la memoria.
Per quanto possibile chi ricorda ha il dovere di raccontare le grandi e le piccole storie di quegli anni perché soltanto conoscendo il passato si può interpretare il presente, prefigurare il futuro e sottrarsi alla possibilità che l’oblio favorisca il risorgere di antichi mali.
Il risultato é un film corale che cerca di cogliere il senso di un decennio cruciale della storia italiana (1943-1953), e soprattutto della Calabria, durante il quale si sono consumati gli entusiasmi della rinascita e del cambiamento, il passaggio traumatico dalle macerie della guerra - economiche, fisiche e spirituali - alla ricostruzione del paese, delle coscienze e della democrazia, fra mille contraddizioni e condizionamenti.
Il nucleo attorno a cui si avvolge e si evolve la spirale del racconto é una famiglia aristocratica, i Santavelica, in cui la bizzarria in parte, e gli ideali rivoluzionari dall’altra, hanno operato una profonda mutazione che porta i suoi componenti a prediligere emozioni e sentimenti e a disinteressarsi dei privilegi e del potere.
Due figure incarnano lo spirito dei Santavelica, Fabrizio, detto il marchese rosso, comunista, condannato dal tribunale speciale fascista, partigiano resistente e infine capace di capire che la democrazia non si costruisce con il furore e il ribellismo.
L’altra figura determinante della mutazione della famiglia é Sisina, nata in America da Luigi Santavelica, pianista, e da Thelma Talberg, cantante californiana. In un incidente stradale muore la madre e Luigi, preda di una terribile depressione che lo spinge a cercare sollievo nell’alcol, privo di risorse, decide di tornare in Italia portandosi dietro la figlia. Sisina resta in Italia per tutto il periodo della guerra e nei giorni successivi allo sbarco degli alleati sul continente conosce e sposa un soldato americano che muore durante lo sbarco in Normandia.
A guerra finita Sisina torna in America e fa, come il cugino Fabrizio, come il suo stesso padre e per estensione come gli zii, una scelta eversiva, il lavoro invece del privilegio ereditato. Entra a far parte della famiglia operaia del marito morto, si risposa con un operaio e il mondo in cui ha vissuto gli anni della formazione, dell’amore e del dolore, la Calabria, la grande villa dei Santavelica, tutto resta una dolce memoria.