Otto arresti, tra cui l’assessore regionale del Piemonte Roberto Rosso, e beni sequestrati per 200 milioni di euro. Sono i numeri dell’operazione “Fenice” che vede gli indagati accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso e scambio elettorale politico- mafioso. Tra gli arrestati Onofrio Garcea e Francesco Viterbo, ritenuti figure di spicco della ’ ndrangheta radicata a Carmagnola e che, secondo la Dda, stavano riorganizzando il sodalizio criminale, stringendo rapporti con Mario Burlò, noto imprenditore torinese, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Alle regionali del maggio 2019, Garcea e Viterbo avrebbero stretto un «patto di scambio» con il candidato di Fratelli d’Italia, Roberto Rosso, che con la mediazione di Enza Colavito e Carlo De Bellis avrebbe pagato 15 mila euro in cambio di un pacchetto di voti. Rosso è poi stato eletto con 5mila voti e nominato assessore della giunta guidata da Alberto Cirio.
Un accordo stretto da Roberto Rosso, nonostante, secondo gli inquirenti, la «piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità dei loro interlocutori» nella ‘ ndrangheta. E tale consapevolezza si desume da un atto politico di Rosso, che il 15 maggio 2012 firmò un’interpellanza parlamentare urgente - la numero 2/ 01491 presentata da Vinicio Peluffo ( Pd) - con la quale si chiedeva di approfondire i rapporti tra l’allora prefetto di Lodi, Pasquale Antonio Gioffrè e alcuni ’ ndranghetisti coinvolti in inchieste antimafia, tra i quali Garcea, con cui Rosso si sarebbe poi incontrato per pianificare lo scambio elettorale. Secondo le accuse avrebbe dato 15 mila euro in cambio di un pacchetto di voti in vista delle elezioni regionali del maggio 2019, dove poi l’esponente di Fratelli d’Italia risulterà eletto. Da quanto si legge nelle carte Rosso, che ieri mattina si è dimesso dalla carica di assessore regionale, non avrebbe versato tutta la somma pattuita: dei 15mila euro concordati ne versò poco meno di 8mila, con una prima tranche prima delle elezioni, pari a 2.900 euro e una seconda, dopo le consultazioni, da 5mila euro.
Per il gip, «profondo e doloroso appare il vulnus ai meccanismi democratici derivante dalla vicenda che vede coinvolti la Colavito e il Rosso». Posizione, quest’ultima, definita dal giudice «sconcertante (...) nel suo apparente mostrare il lato peggiore della nobile arte».