Direttore: Aldo Varano    

Falcomatà al convegno romano: "Il contrasto alle mafie nella dimensione nazionale, regionale e locale"

Falcomatà al convegno romano: "Il contrasto alle mafie nella dimensione nazionale, regionale e locale"
 

Si è tenuto questa mattina, presso la Nuova Aula dei Gruppi della Camera, alla presenza del Capo dello Stato,Sergio Mattarella, l’incontro promosso dalla Commissione parlamentare Antimafia dal titolo “Il contrasto alle mafie nella dimensione nazionale, regionale e locale”. È la prima volta che il Parlamento invita a fare il punto sullo stato della lotta alla criminalità organizzata nelle diverse istituzioni territoriali. Un’esigenza dettata dall’evoluzione dei poteri mafiosi che sta mostrando una incisiva delocalizzazione degli interessi criminali e un’indubbia capacità di radicamento in tutte le regioni d’Italia.
Ad aprire i lavori il saluto della Presidente della Camera,Laura Boldrini,e del Presidente del Senato,Piero Grasso. Rosy Bindi, Presidente della Commissione parlamentare Antimafia. Ha relazionato su “L’azione dei pubblici poteri nel contrasto alle mafie: il ruolo della Commissione parlamentare d’inchiesta. Successivamente, su “L’azione dei governi regionali”, Stefano Caldoro, Presidente della Regione Campania, e Rosario Crocetta, Presidente della Regione Sicilia. Il tema del “Ruolo dei sindaci” è stato affrontato da Giuseppe Falcomatà e Giuliano Pisapia, rispettivamente “primi cittadini” di Reggio Calabria e Milano.
Ad intervenire anche don Luigi Ciotti su “Le associazioni interpellano le istituzioni nazionali e locali”.

Di seguito l’intervento del Sindaco Giuseppe Falcomatà.

«A Reggio Calabria è tornata la democrazia da appena quattro mesi, dopo due anni di commissariamento del Comune, sciolto per contiguità mafiose. Mi permetto di evidenziare il termine “contiguità”. Non si tratta, infatti, di un semplice scioglimento per infiltrazioni mafiose. La contiguità è qualcosa di più pregnante, significa cioè che la ‘ndrangheta, la politica e la burocrazia cittadina concertavano le strategie e disegnavano insieme il futuro della città. A questa Amministrazione il compito, adesso, non solo di cancellare la macchia e il triste primato di essere il primo Comune capoluogo sciolto per mafia ma, al contempo, il dovere di eliminare qualsiasi alone, qualsiasi ombra attraverso un percorso di legalità e trasparenza che abbracci tutti i settori dell’Amministrazione. Un percorso che deve spiegare i suoi effetti tanto sul piano interno, quanto sul piano esterno. Da un lato, infatti, con gli strumenti che la legge allo stato ci consente, come la rotazione dei dirigenti e la riorganizzazione degli uffici, stiamo agendo per smantellare quei potentati che si erano creati in alcuni dipartimenti. Dall’altro, invece, l'azione dell'Amministrazione va da una costante presenza nelle scuole, attraverso un recupero della memoria dei luoghi e delle persone che hanno perso la vita combattendo la ‘ndrangheta o essendone vittime innocenti; all'istituzione di un Osservatorio antindrangheta, organo terzo, indipendente ed autonomo, che contribuisca a prevenire fatti, situazioni, condotte e comportamenti sintomatici di episodi o fenomeni corruttivi imputabili a strutture e dipendenti del Comune o di società partecipate; fino al contrasto a quella pratica che regala il 2% del valore di ogni appalto a progettazione ultimata, finendo per convertirsi nella radice di troppe incompiute, il cui unico “valore” – se così si può dire - è quello di aver foraggiato criminalità organizzata e corruzione. La maggior parte delle opere pubbliche di Reggio Calabria, infatti, sono ferme alla fase della progettazione perché l'unico interesse era arrivare a quel 2%. A tal proposito mi corre l’obbligo di evidenziare, con spirito propositivo, due criticità che noi amministratori locali sentiamo sulla nostra pelle. A Reggio Calabria, la terna commissariale avrebbe potuto e dovuto fare di più sia sotto il profilo economico finanziario, sia su quello delle azioni di responsabilità nei confronti di alcuni dirigenti e funzionari. Oggi, la nuova amministrazione si trova a dover fronteggiare un piano di riequilibrio insostenibile, che ci costringe a restituire allo Stato quasi dodici milioni di euro l’anno per dieci anni e che costringe il Comune a dover mantenere un livello di tassazione altissimo a fronte di servizi inesistenti. Allo stesso tempo, invece, la burocrazia rimane indenne agli scioglimenti attesa l’impossibilità per l’Amministrazione di sostituire con nuove forze quei dirigenti che, con le loro condotte, hanno contribuito allo scioglimento del Comune. La seconda criticità riguarda la gestione dei beni confiscati. La Calabria, anche in questo caso, vanta il triste primato, in condominio con la Sicilia, di Regione col più alto tasso di beni confiscati. Noi cerchiamo di trasformare questo primato da negativo in positivo ma spesso non ci riusciamo. Per tutta una serie di motivi. Il primo è che quasi la metà dei beni sono gravati da ipoteca. Il secondo è che, quasi nella totalità dei casi, questi beni giungono ai Comuni in condizioni critiche sotto il profilo dell’agibilità. Il problema è che le procedure di confisca definitiva durano anni e, inevitabilmente, i beni vanno incontro a logoramento. Per evitare questo, il nostro Comune ha siglato un protocollo d’intesa con il Tribunale e con l’ANBSC (che ha sede proprio a Reggio) al fine di utilizzare i beni già dalla fase del sequestro. Ma non basta. Serve qualcosa di più. Da qui oggi, vorrei lanciar una proposta: allo stato attuale i proventi derivanti dai beni confiscati alla criminalità organizzata confluiscono indistintamente al FUG, Fondo Unico Giustizia. È necessaria una modifica normativa che preveda che una parte di questi proventi rimangano ai Comuni e siano vincolati alla riqualificazione dei beni stessi. È una questione fondamentale da risolvere per consentire ai Comuni un concreto riutilizzo dei beni per fini sociali e per far trionfare davvero la legalità su beni frutto di attività criminose. I Comuni che escono da uno scioglimento per mafia sono come un malato in convalescenza, hanno bisogno di sostegno perché ancora deboli. Questo sostegno lo chiediamo allo Stato. C’è bisogno di più Stato al fianco dei Comuni, non soltanto nell’azione di contrasto e prevenzione ma nella quotidianità dell’azione amministrativa. Perché è nella quotidianità, soprattutto, che si possono dare le risposte di cui i cittadini hanno bisogno».