Direttore: Aldo Varano    

"La Calabria che vogliamo a lavoro" per un nuovo welfare

"La Calabria che vogliamo a lavoro" per un nuovo welfare
 

 

In Calabria è totalmente inesistente una seria programmazionein termini di servizi sociali, territoriali e socio assistenziali efficaci, miranti ad “assicurare alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuovere interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza” (cfr. art. 1, legge regionale n. 23/2003 in attuazione della legge nazionale n. 328/2000). Da tale carenza “storica” deriva l’evidente inadeguatezza delle politiche sociali in termini di risposta ai bisogni dei cittadini calabresi, con particolare riferimento alle fasce più deboli.

 

Parte da qui “Il welfare che vogliamo”, il documento che il Laboratorio sociale “La Calabria che vogliamo” consegnerà presto nelle mani del Presidente della Giunta regionale, Mario Oliverio. Una premessa quasi scontata, per chi da anni quotidianamente si trova a fare i conti con le enormi carenze che impediscono una crescita ed uno sviluppo reale dei servizi sociali. O che ne mettono a rischio la stessa sopravvivenza. Un necessario punto di partenza, però, per una classe politica che voglia davvero mettere in atto una ripresa, lontano dalle dinamiche che finora non hanno fatto altro che indebolire un tessuto sociale già allo stremo delle forze, che lotta da anni cercando un interlocutore che davvero lo possa ascoltare. Un “nuovo” modo di pensare e di agire, che trova la sua radice nel significato più profondo della parola “servizio”.

 

Se ne è discusso durante l’incontro “Quale welfare per la Calabria”, promosso dal Laboratorio proprio per fare il punto della situazione e per discutere del documento. Presenti – oltre a Mario Nasone, Luciano Squillaci e don Nino Iachino che, forti della loro esperienza, hanno animato il dibattito – tanti partecipanti al Laboratorio che, in veste personale o per conto della realtà che rappresentano, hanno evidenziato criticità e proposto soluzioni. Dalla mancata attuazione della 328/2000 alla quasi totale assenza dei servizi di prossimità, unica possibile risposta ai bisogni dei cittadini e prevenzione degli sprechi. Dall’iniqua distribuzione dei servizi convenzionati allo scandalo della Legge Regionale 19/2013, con i soldi sottratti dal fondo per le politiche sociali per andare a coprire il buco di LSU e LPU. Un fondo che dopo due anni di promesse non è stato ancora ricostruito.

 

A dirlo è l’Istat: la Calabria è la regione che meno investe in politiche sociali con 25 euro pro capite per cittadino, contro una media nazionale di oltre 120 euro pro capite. Alla base di tutto c’è sempre la programmazione, che racchiude in sé il male e la cura. E’ da lì che bisogna ripartire: da una programmazione fatta con criterio, che tenga conto dei bisogni ancor prima delle risorse. “Le istituzioni non hanno una lettura scientifica della situazione sociale che c’è in Calabria, quindi non possono fare una programmazione adeguata se non sanno neanche di cosa stanno parlando”. Lo ha detto don Iachino, che i territori li conosce bene. E lo ha ribadito Luciano Squillaci, che quotidianamente fa i conti con le fragilità: “Purtroppo la verità è che noi viviamo una situazione d’emergenza senza fine. Sono anni ormai chele politiche sociali in Calabria sono in uno stato emergenziale. Non c’è una programmazione, non c’è una prospettiva. Si vive sull’oggi, ogni tanto si guarda a ieri, ma non si pensa mai al domani e questa cosa ha determinato a poco a poco una frattura enorme all’interno dei servizi e dei territori. Il problema vero è che abbiamo politiche sociali fondate totalmente sulle strutture residenziali, ma mancano tutti i servizi di prossimità che in teoria sono quelli che ci consentirebbero risparmi e ci consentirebbero di evitare ricoveri impropri, sia in ambito sanitario che in ambito sociale. Ciò che bisogna davvero riprogrammare è proprio la rete territoriale, tutti quei servizi – dalle cure domiciliari, ai servizi leggeri: i centri diurni, i centri di aggregazione – che, non sono troppo onerosi da un punto di vista economico, ma che possono servire un’ampia fetta di popolazione evitando l’istituzionalizzazione della gente”.

 

Da un lato, dunque, l’assenza di programmazione determina anche il mancato investimento. In assenza di piani strutturati, infatti, mancano i presupposti per individuare e destinare risorse aggiuntive a quelle irrisorie attualmente previste. Dall’altro il mancato investimento determina l’assenza di quella necessaria innovazione, elemento imprescindibile per una risposta adeguata ai bisogni emergenti, e per uno sviluppo coerente e sostenibile del territorio. Innovazione che porterebbe, quale effetto collaterale non secondario, l’attrazione di ulteriori risorse nazionali ed europee. “Occorre però intendersi sul vero significato di innovazione sociale – ha sottolineato Squillaci – perché altrimenti si rischia di fare confusione. Spesso la Comunità Europea ci chiede di presentare progetti che portino con sé i caratteri dell’innovazione sociale e, a forza di sforzarsi di fare progetti “innovativi” , a poco a poco si sono confusi gli strumenti con gli obiettivi. La vera innovazione sociale è la produzione di cambiamento. Una seria programmazione in Calabria avrebbe caratteri innovativi, quasi rivoluzionari”. E poi la necessità di un dialogo tra il sociale e il sanitario, che permetterebbe di fare un enorme passo in avanti: “Per un reale cambiamento dovremmo partire dall’integrazione del sociale col sanitario. Bisogna che si incomincino a parlare, anche perché se uno dei grandi problemi è rappresentato dalle politiche di prossimità, bisogna dire che uno dei motivi per cui non sono state fatte fino in fondo è proprio questa mancanza di dialogo tra il sanitario e il sociale. Non ha senso fare un’ottima programmazione sotto il profilo sociale, senza tener conto di tutti gli aspetti sanitari: sarebbe una programmazione totalmente monca. Viceversa, se – com’è stato fatto – si fa la rete territoriale dei servizi sanitari, però non si tiene conto minimamente di tutto il resto, si continueranno a spendere soldi inutilmente attraverso ricoveri impropri, senza avere la percezione effettiva del bisogno”.

 

Un documento articolato che, partendo da un’analisi puntuale della situazione, intende offrire risposte concrete. Così “La Calabria che vogliamo” si mette in gioco, in attesa che dalle parole si passi ai fatti.