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SCARFO' (Cineteca Calabria) ricorda Vittorio De Seta

SCARFO' (Cineteca Calabria) ricorda Vittorio De Seta

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"Il 28 novembre 2011 ci ha lasciati Vittorio De Seta. Il suo cinema ci ha insegnato molto, soprattutto l’indipendenza, il dubbio e la ricerca ( “faccio film anche per imparare, non per lanciare messaggi”).

Ripercorrere il cinema di De Seta significa rifare il percorso di un cinema che voleva rappresentare la vita e i rapporti tra gli uomini soprattutto in contesti ambientali molto difficili, avendo come riferimento il regista di origini irlandesi Robert Flaerty(Stati Uniti 1884-1951), il quale si prefiggeva di dimostrare “l’esistenza di valori umani universali anche in regioni povere e quasi disabitate”.

Con i suoi film realizzati in più di 50annni di attività cinematografica --Pasqua in Sicilia,(‘54), Vinni lu tempu de li pisci spada(55), Contadini del mare(‘55), Parabola d’oro(‘55), Isole di fuoco(‘55), Sulfarara(‘55), Pescherecci(58), Pastori di Orgosolo(‘58), Un giorno in Barbagia(‘58), I dimenticati(59), Banditi ad Orgoslo(‘61), Un uomo a metà(66), Diario di un maestro(73), Quando la scuola cambia(‘79), Hong Kong città di profughi(‘80),La Sicilia rivisitata(‘81), Un carnevale per Venezia(‘83), In Calabria(‘93), Dedicato ad Antonino Uccello(2003), Lettere dal Sahara(2006), “Articolo 23. Pentedattilo”(2008)--De Seta ha operato una scelta tematica di notevole spessore socio-culturale realizzata attraverso il valore etico della professione di regista. De Seta infatti non ha fatto cinema per sentirsi definire “un artista”, ma ha sempre “preteso” di essere definito un artigiano che produce un cinema non serializzato, fondato sull’azione quotidiana della propria soggettività compartecipe della “cultura contadina”, allo scopo di metterne in luce l’autenticità degli uomini che ne facevano parte in relazione alla situazione ambientale.  I protagonisti dei suoi film sono infatti “i dimenticati”: minatori, contadini, pescatori del sud “ che ho avuto modo di conoscere in Germania, quando ero prigioniero dei nazisti-ha sempre dichiarato il regista-Sentivo che era un mondo destinato a scomparire; pertanto ho sentito il bisogno di rappresentarlo cinematograficamente in modo epico, anche perché in questa scelta c’era la mia emarginazione individuale che proiettavo in quel mondo di esclusi”. Analizzare l’attività cinematografica di De Seta significa, soprattutto, prendere in esame l’aspetto fondante del suo fare cinema: i processi di produzione indipendente e i soggetti dei suoi film, documentari e di finzione, considerando la distinzione di puro comodo, in quanto anche i documentari sono stati realizzati partendo da una base narrativa. Del resto i documentari – apparentemente non di finzione- sono realizzati attraverso scelte soggettive. La critica di sinistra dell’epoca - ma anche molti spettatori di ieri e di oggi - pur riconoscendo a De Seta la volontà di occuparsi di chi è stato emarginato dallo sviluppo industriale, lo rimprovera bonariamente per non aver concretizzato la sua visione antropologica in una opzione politica; non comprendendo- o non accettando- la scelta del regista che intende servirsi della finzione documentaria per la ricostruzione poetica della realtà rappresentata; ma proprio per questo definito “antropologo” e “poeta” da Martin Scorsese e ricevendo premi e attestati di ammirazione in tutto il mondo. Anche la Cineteca della Calabria, dal 1999, quando il regista ancora una volta stava per essere “dimenticato”, ha contribuito alla divulgazione dei suoi documentari con proiezioni e incontri in molte parti d’Italia e non solo. Lo spirito “antropologico” e “poetico” consente a De Seta  di porre le basi per un nuovo modo di fare cinema documentario, in contrapposizione alle forme cinematografiche imperanti che si sono quasi sempre soffermate sull’aspetto esteriore della realtà rappresentata, descrivendola con immagini e commenti stereotipati non immuni da scelte di tipo propagandistico più o meno dichiarato. Perseguire un modo di fare cinema che conservi integra la propria soggettività significa pagare dei prezzi umani e sociali non indifferenti, al limite dell’emarginazione. Così si diventa “Uomo a metà”, per rappresentare l’immaginario della nevrosi di un individuo che vuole conservare la propria libertà e indipendenza di fronte ai traguardi che la società e/o il sistema produttivo gli impongono e che non sono consoni agli obiettivi sociali e poetici del regista. Anche questo film non è piaciuto alla critica; in compenso ne hanno parlato positivamente Pasolini e Moravia.

Negli anni ’70, con la scoperta del mezzo televisivo e della sua tendenza a sperimentare, si apre per De Seta, e per molti altri, una fase nuova, grazie alla grande potenza del mezzo.

Questo non significa per il regista scendere a compromessi, bensì prendere coscienza della possibilità divulgativa della televisione a partire da una riflessione sulla responsabilità di chi la usa, anche come veicolo di in/formazione creativa. Con “Diario di un maestro” De Seta ha dimostrato come sia possibile mettere la “mdp al servizio della realtà” seguendo le vicende di un gruppo di giovani studenti delle periferie alle prese con le idee innovative di un maestro anch’egli solo di fronte al sistema scolastico ufficiale: “Avevo scritto una sceneggiatura per presentarla alla RAI- racconta De Seta- ma poi l’ho butta via. Tutto quello che si vede nel film in quattro puntate è realmente accaduto durante le riprese. Come l’episodio del ragazzo Piazza quando è andato a sbattere con una macchina contro un muro. Ci siamo chiesti: ne parliamo o facciamo finta di niente?Ignorare una cosa del genere, anche facendo un film, sarebbe stato assurdo secondo il concetto di scuola di cui volevamo parlare(…) Bruno Cirino, il maestro, è entrato in classe la mattina dopo e ha detto: ieri è successa una cosa molto grave(…) adesso bisogna parlarne. In quel momento i ragazzi potevano rifiutarsi di farlo, visto che era presenta la mdp; invece sono stati al gioco, arrivando persino a parlare della loro vita. Per esempio: <che cosa provo quando rubo…>.

Stiamo parlando di una televisione che in quegli anni produceva film come “L’albero degli zoccoli”, “Padre padrone” e teneva a battesimo le sperimentazioni di tanti giovani registi come Gianni Amelio, Bernardo Bertolucci e tanti altri. Una televisione ancora non succube della pubblicità e dell’audience ma formativa-sperimentativa, che consentiva anche di sviluppare una produzione finalizzata alla conoscenza delle culture regionali; le stesse che sono state il soggetto principale della vita socio-cinematografica di De Seta. Non è un caso infatti che, all’inizi degli anni ‘80, torna in Sicilia per vedere se “qualcosa era cambiato e come era cambiato”, realizzando il documentario in quattro puntate “La Sicilia rivisitata”. Stessa operazione compiuta dieci anni dopo “In Calabria”, l’omonimo documentario realizzato per la televisione che gli ha consentito di fare una riflessione sul significato di “sviluppo” e “progresso” di pasoliniana memoria.

Giovanni Scarfò

Direttore della Cineteca della Calabria