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REGGIO. Premio Nosside. Amoroso: "poesia senza confini"

REGGIO. Premio Nosside. Amoroso: "poesia senza confini"
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“Per la prima volta in trentun anni il massimo riconoscimento dell’unico concorso globale di poesia multipla senza frontiere di lingue e di culture, dedicato alla poetessa Nosside di Locri, è stato assegnato a un’artista che appartiene a una delle dodici minoranze linguistiche d’Italia erede di quel mondo ellenico che ha creato la civiltà europea e del periodo aureo della Magna Grecia”: così Pasquale Amato (noto docente universitario, Presidente Fondatore del Premio) ha introdotto la affollatissima manifestazione conclusiva, tenutasi il 27 novembre nella splendida cornice del Museo Archeologico di Reggio Calabria. La “dimensione senza confini del ‘Nosside — sempre nel discorso introduttivo del Presidente – ha raggiunto finora 98 Stati di tutti i continenti e ha accettato l’uso d’una miriade di oltre 120 lingue, da quelle più diffuse a quelle minoritarie e ai dialetti”.

 

Scandita da un’intensa confessione autobiografica, resa lieve dalla suggestiva musicalità di fondo, la lirica vincitrice,La voce nella nottedi Maria Natalia Iriti, adotta modulazioni metaforiche dal coinvolgente impatto emozionale per scendere nel profondo dell’io e nello stesso tempo catturare schegge di un esterno che sembrano essere lì, come in procinto di accompagnare la voce del poeta. La disposizione essenziale, quasi monolemmatica, nel circoscritto, radente ambito semantico del verso nucleare, dalla grande forza propulsiva, accentua il ritmo serrato e talora pedinato dal discorso battuto, e in qualche occasione polarizzato, da un desiderio di approdo(“domani getterò/la mia anima/nella corrente/bianca del sale./Arrossirà/ il profumo/dell’oleandro stanco”. L’esile e monolitico testo inarca la “culla” del suo messaggio verso un futuro che sovrasta con il suono cromatico della visionarietà e dell’attesa (“Aspetto l’abbraccio/ della quaresima nel digiuno del mare”). Il gioco del tempo avvenire e di quello tornato al presente nella chiusa imprimono quell’alternanza di tonalità e di situazioni che contribuisce a tessere una tela di icone appena sfiorate (o chiamate?) da un largo, e avventato di destino, giro d’orizzonte. Una lirica dal taglio sicuro, privo di effrazioni e capace di tenere certe vampe ardite di flash su un piano coerentemente comunicativo, affabile pure nelle sotterranee inclinazioni di senso. Le quattro poesie cui è stata assegnata la Menzione Speciale esprimono lingue e culture diverse, facendo emergere nello spettro delle loro tematiche l’esecuzione di tecniche raffinate, tutte, sia pure ovviamente in registri personali, frutto di laboratori espressivi che hanno ben assimilato le agguerrite conquista delle letterature più esposte ai mutamenti. L’ondosa e musicale cadenza dell’endecasillabo, lavorato con suasiva variazione di accenti e innovative corrispondenze foniche, consente a Giovanni Caso (Salerno, Italia) di effondere in campo lungo. ConIl passo dei viventi, una plastica e pittorica scenografia della natura e di un percorso riflessivo in cui serpeggia e anche si nasconde, tra pause e interstizi, il malinconico “ alfabeto” della solitudine (“Stille di pianto al nascere e al morire/e in mezzo albe e tramonti, un alfabeto/usato mille volte…”) e della pietrificata estraneità dell’esistenza di fronte al ripetersi costante di un miracolo senza nome. Un “cammino di venti inafferrabili”, trafitto dal dubbio (“come ancora scrivere/di capriole sull’erba e d’aquiloni?”) fa scorrere i giorni secondo un tracciato inesorabile, meccanico, che offre e poi sottrae l’abbaglio dolce e stupefatto della quotidiana, incancellabile rappresentazione delle cose. Solo un “mozzicone di matita” potrà fermare in un verso questo sempiterno apparire e sparire dell’infinito mistero e trasformarlo in un vertiginoso attimo di conforto (“Eppure/ l’eterno ci appartiene,è dentro l’anima,/e ci splende negli occhi un girasole”). Dall’incipit assertivo, ribadito reiteratamente dalla voce poetante diGiorni senza nottedi Amalia Faustino Mendes (Capo Verde), che sembra controllare ed enumerare ciò che le è sicuro, e quindi da una base di avvio netta e senza sdrucciolevoli aperture all’ambiguità, è ben presto dettata, tra speranze deluse (“Sapevo di soffrire e non dormire/nelle notti in cui speravo/che la luna mi portasse ad ardere al sole…”), una partitura disposta ad accogliere, ”piegata dal nulla”, il chiaroscuro della vita, con le speranze, le negazioni, il romanzesco, ma prevedibile, sviluppo dei giorni. Anche le tempestose angosce di un temporale sono negate in questo andare chiuso su se stesso, regolato dal “tran tran” bigio e lacerante del dolore, dalle ore “senza euforia”. Si riga di semitorni, in una crepuscolare atmosfera di realtà che non sono state, questo segreto album di diario, dolce e come stregato in bianca e consolatrice conoscenza, sommesso pure nel lessico levigato e perlaceo e, insieme, insidiato dalla “siccità” dell’anima.  Vera Marcia Paràboli Milanese (Brasile) mostra, conVolo, una visione icastica, immortalata in una enigmatica ripresa che innalza al primo piano un’anonima figura (l’uomo che rompe pietre “come se pregasse“), introduce sull’onda dell’allegoria e della meraviglia la metamorfosi della donna poetante che viene da una lontananza ignota, senza fede (“Nel mio ateismo dell’ultima ora”), e pure avverte, entrando nella “sua” cattedrale, l’urto, le lacerazioni della propria carne-pietra (una “materia volatile che vola lontano/dalle ossa corrose e disidratate”). Un comune episodio di lavoro trasmette un “volo” ascetico, una sorta di estasi, l’invito a incontrare un tempo diverso, immobile e senza peso terreno, in cui il “silenzio”, assoluto, immenso “non sia turbato/dalle mani dell’uomo che rompe pietre”. L’aria di religioso incanto protegge il mormorio del pensiero e i lemmi contati in esattezza da un respiro dal possibile assillo dimostrativo.  abbiamo un testo dalla robusta architettura narrativa, che muove da un motivo di dubbio (“Mi chiedo se ho paura di vedere ciò che vado ad accertare…”) e prosegue a distanza con il suo duplice ripetersi come il rintocco triste di un’eco (“Ora la macchina fotografica trema nelle mie mani…”:”Ora la macchina fotografica abbraccia una panoramica…”), abbassando un po’ il semplice connotato referenziale: quando,improvvisa,si dispiega una gamma di scene colte nel movimento giornaliero e senza affanni, dal momento che gli scatti fotografici sono ridonati dalla parola in un canto in grado di scorporare nella realtà ritornata ormai serena il suo passato tragico di luogo di sterminio. Contiene, dunque, il segnale di una poetica, la prima parte di questa lirica che fa emergere l’ieri attraverso la magia della creatività di chi, a intervalli lunghi di anni, osserva e consegna, in un’”insurrezione dell’anima”, un mondo di orrori scomparso – esistono ormai solo”orme” – a una condizione di annullamento e salvezza. Tutto si poggia su una scacchiera di sagome folgorate, smaterializzate e ricomposte dalla luce-memoria che srotola la dominata cronistoria di un incubo inabissato dalla Storia, nella consapevolezza del trionfante splendore del sole, mentre nel sangue del poeta un “clamore” infausto è “come una moneta antica riesumata da un fulmine”. 

Prof. Giuseppe Amoroso

*Nella qualità di Presidente della Giuria Internazionale del XXXI Premio Mondiale di Poesia Nosside il Prof. Giuseppe Amoroso ha avuto il piacere e l'onore di selezionare e di redigere le motivazioni della Rosa dei 5 Finalisti: Maria Natalia Iriti di Bova Marina (RC-Italia) - Vincitrice Assoluta; e le 4 Menzioni Speciali di Giovanni Caso (Salerno, Italia), Amalia Faustino Mendes (Capo Verde), Vera Marcia Paràboli Milanese (Brasile) e Rita Kratsman (Argentina).

 

In questo articolo denso di contenuti (pubblicato il 3 dicembre 2015 nella rubrica Lo Scaffale di Giuseppe Amoroso sul giornale-blog "IConfronti") Amoroso ha deciso di soffermarsi in un'analisi più ampia sul valore delle 5 opere poetiche maggiori premiate.