RIBALTATA IN APPELLO LA CONDANNA DI MARTINO FOTIA (Cardeto)

RIBALTATA IN APPELLO LA CONDANNA DI MARTINO FOTIA (Cardeto)
(rep) La Corte d’Appello di Reggio Calabria, (Gullino Pres. – Cotroneo e Di Rienzo a latere) ha assolto Fotia Martino di anni 45 di Cardeto, dall’accusa di tentato omicidio nei confronti del compaesano Vadalà Paolo di anni 40.

I fatti risalgono alla serata del 18 marzo di due anni fa, allorquando i due uomini si affrontarono sul corso principale di Cardeto e diedero luogo ad un violento corpo a corpo. La causa scatenante del litigio era da ricercare in una vecchia ruggine per antipatia personale tra i due a cui si erano aggiunti negli ultimi tempi i risentimenti dovuti al fatto che il Vadalà (soggetto caratterialmente difficile) era ritenuto da voce di popolo di essere l’autore dei numerosi danneggiamenti notturni verificatesi nei giorni precedenti nel centro di Cardeto, compreso ai danni di congiunti del Fotia.

Subito dopo la colluttazione, comunque i due contendenti, grazie all’intervento di alcuni compaesani presenti, erano stati divisi e sembrava fosse ritornata la calma.

Invece, dopo qualche minuto, mentre il Vadalà si allontanava dal posto, veniva raggiunto dal Fotia Martino che, inveendo, estraeva dalla cintola dei pantaloni una pistola calibro 7,65 e sparava al suo indirizzo un primo colpo di pistola che lo sfiorava pericolosamente.

Resosi conto delle intenzioni di volerlo uccidere, il Vadalà iniziava a correre disperatamente inseguito dal Fotia lungo tutto il corso Milite Ignoto fino alla piazza davanti al Municipio del paese dove l’inseguimento aveva termine. Nonostante i sei o sette colpi di pistola che il Fotia gli sparava contro durante l’inseguimento il Vadalà restava miracolosamente illeso.

Sottrattosi alla furia omicida del Fotia, il malcapitato si dileguava e rimaneva nascosto nelle campagne di Cardeto prima di presentarsi nella notte di due giorni dopo presso la Caserma dei CC.

Nel frattempo i Carabinieri, che erano stati avvisati dell’accaduto da una fonte confidenziale, avviate le indagini, erano andati alla ricerca del Fotia Martino il quale però aveva fatto perdere le sue tracce, rimanendo irreperibile per circa un mese, fino a quando, accompagnato dal suo difensore di fiducia, si costituiva presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria.

Al giudice che lo interrogava il Fotia dichiarava di avere sparato all’indirizzo del Vadalà con una pistola a salve (che faceva ritrovare ai carabinieri presso il cimitero del paese) e questa sarebbe stata la ragione per cui non aveva colpito il Vadalà e non erano stati i bossoli, i proiettili ed anche i fori di impatto dei colpi di pistola.

La versione dell’imputato non veniva creduta e dal primo giudice veniva sposata in pieno la tesi degli inquirenti secondo i quali invece la ragione della inspiegabile assenza dei bossoli e delle altre tracce che avrebbero potuto dimostrare la sparatoria ed il tentativo di omicidio non stava nell’utilizzo di una pistola a salve, ma era dovuta all’azione di favoreggiamento dei numerosi paesani presenti sulla scena del delitto, compreso un cugino del Fotia ed un Vigile Urbano del Comune, che, schieratisi dalla parte del Fotia Martino, avevano taciuto circostanze compromettenti ed avevano fatto sparire le tracce del crimine, in particolare avevano “bonificato” l’area, raccogliendo e portando via i sette bossoli esplosi, prima di dileguarsi per non testimoniare contro il “benvoluto” compaesano.

Di conseguenza il Fotia veniva riconosciuto colpevole del reato di tentato omicidio aggravato dai futili motivi e condannato, con la riduzione del rito abbreviato prescelto, alla pena complessiva di anni 6 di detenzione.

L’altro ieri la Corte d’Appello, dopo una lunga camera di consiglio, seguita all’arringa dell’avv. Giuseppe Nardo, difensore del Fotia, ha ribaltato la condanna di 1° grado.

L’avv. Nardo nel corso della sua discussione, attraverso una  articolata e minuziosa analisi di tutti gli elementi del processo, pur ammettendo l’inseguimento e l’esplosione dei colpi di pistola per le vie del paese, ha dimostrato, mettendo in fila una lunga serie di particolari sia dichiarativi, provenienti dai testi ascoltati dagli inquirenti che tecnici, rilievi dei Carabinieri e consulenza tecnica balistica di parte, che era possibile ricavare per un verso l’erroneità della ricostruzione dei fatti per come era stata immaginata dall’Ufficio di Procura e per un altro l’assenza di volontà omicida da parte del Fotia Martino il quale in realtà non aveva utilizzato una pistola a salve ma aveva semplicemente indirizzato i colpi non contro la persona del Vadalà ma in aria. Era questa, infatti, l’unica ragione che spiegava, in punto di logica, perché, in quelle particolari condizioni di tempo, di luogo e di modi, il Vadalà era scampato alla morte.

Il Fotia, in effetti, voleva solo dargli una lezione per i suoi comportamenti antisociali non più tollerabili, non ammazzarlo. A questa proposizione si sono opposti sia il Procuratore Generale d’udienza che la difesa di parte civile che hanno insistito per la conferma della sentenza di primo grado.

La Corte ha però condiviso la tesi dell’avv. Nardo ed ha derubricato l’originaria imputazione di tentato omicidio in minacce aggravate e porto illegale di armi, dimezzando la condanna.


*studio avvocato Giuseppe Nardo