“Per gustare queste pagine e abitarle – scrive Nicolò Mazza nel saggio introduttivo - senza restare interdetti sulla soglia, bisogna essere capaci di cogliere «l’attimo in cui un raggio di luce colpisce una goccia di rugiada […], quando l’Immenso irrompe facendosi infinitamente piccolo». Bisogna, cioè, avere familiarità con la pratica della contemplazione e con l’oscurità che a volte l’esperienza della fede e del cammino dell’uomo porta con sé. A tratti l’Autrice è costretta inevitabilmente a citare personaggi e fatti storici, ma se ne scusa quasi immediatamente, come se quella concessione possa interrompere il filo del racconto e tradire la promessa fatta alla figlia di intessere la premessa di un «dialogo aperto», di una disponibilità a mettersi a nudo. Ida Nucera non ha la pretesa di essere una dotta, ma «solo una madre che tenta di dipanare l’aggrovigliata matassa ricevuta dalla figlia diciassettenne» e così avanza nell’intima intelaiatura di una conversazione in cui il lettore avverte l’esigenza di accedere a passo lento, con discrezione e con rispetto. Ciò che sin dall’inizio l’Autrice cerca di offrire alla figlia, e quindi al lettore attento, non è una verità “assoluta”, nel senso di qualcosa che è slegato, privo di relazione, ma piuttosto una “verità” squisitamente “relativa”, ovvero un’esperienza lunga tutta una vita”.
REGGIO. Gli appuntamenti dell'Anassilaos di questa settimana
“Per gustare queste pagine e abitarle – scrive Nicolò Mazza nel saggio introduttivo - senza restare interdetti sulla soglia, bisogna essere capaci di cogliere «l’attimo in cui un raggio di luce colpisce una goccia di rugiada […], quando l’Immenso irrompe facendosi infinitamente piccolo». Bisogna, cioè, avere familiarità con la pratica della contemplazione e con l’oscurità che a volte l’esperienza della fede e del cammino dell’uomo porta con sé. A tratti l’Autrice è costretta inevitabilmente a citare personaggi e fatti storici, ma se ne scusa quasi immediatamente, come se quella concessione possa interrompere il filo del racconto e tradire la promessa fatta alla figlia di intessere la premessa di un «dialogo aperto», di una disponibilità a mettersi a nudo. Ida Nucera non ha la pretesa di essere una dotta, ma «solo una madre che tenta di dipanare l’aggrovigliata matassa ricevuta dalla figlia diciassettenne» e così avanza nell’intima intelaiatura di una conversazione in cui il lettore avverte l’esigenza di accedere a passo lento, con discrezione e con rispetto. Ciò che sin dall’inizio l’Autrice cerca di offrire alla figlia, e quindi al lettore attento, non è una verità “assoluta”, nel senso di qualcosa che è slegato, privo di relazione, ma piuttosto una “verità” squisitamente “relativa”, ovvero un’esperienza lunga tutta una vita”.