E’ stupefacente lo stupore di analisti e cronisti della politica nelle scorse settimane di fronte alla determinazione con cui Grillo e Casaleggio hanno costruito, fin dall’inizio, per Luigi De Maio, un percorso privilegiato. Perché in tutta la vicenda c’è un solo punto assolutamente privo di mistero: per Di Maio i due Padri-Padroni del M5s hanno mandato all’aria tutte le regole pur di garantirgli il ruolo di candidato-premier, anzi per nominarlo e blindarlo in quel ruolo che è inesistente, come ha correttamente spiegato ai lettori del Corsera Paolo Mieli (inesistente, ovvio, non solo per Di Maio ma anche per Renzi, Berlusconi, Salvini e gli altri dato che la scelta spetta solo e soltanto a Mattarella sulla base delle consultazioni che farà; senza alcun vincolo). Perfino il giustizialismo un po’ primitivo del Movimento, dato costitutivo del suo successo e brand populista, è stato disinvoltamente accantonato pur di non mollare Giggino. Sotto processo per diffamazione Di Maio, secondo le demagogiche più che stravaganti regole del Movimento ma per lui la sciagurata regola è stata accantonata.Siamo di fronte a una fissazione del Duo Stellato oppure Grillo e Casaleggio hanno le idee più chiare di analisti e commentatori e hanno fatto la migliore scelta possibile tra quelle che hanno sotto mano rivelando ancora una volta un intuito che molti osservatori sembrano aver smarrito?
Per rispondere correttamente bisogna fare un passo indietro ripartendo dagli abbagli che hanno fin qui aiutato il M5s che, a partire dal giorno dopo delle elezioni del febbraio 2013 è stato scambiato, fondamentalmente, come una costola della complessa storia del variegato mondo della sinistra italiana. All’equivoco hanno contribuito non poco l’allora segretario e candidato premier non-vincente del Pd, Pier Luigi Bersani, e il mito di Beppe Grillo costruito su una lunga carriera di comico dell’opposizione, e della sinistra d’opposizione, nonché fustigatore di cattivi e corrotti costumi a partire da quelli di Bettino Craxi, delle banche e di Berlusconi. Una nomea, quella di Grillo, irrobustita dal rifiuto del Pd della Liguria di iscriverlo tra le sue fila quando il comico genovese si presentò ad una sezione di quella regione.
Invece, a contar bene i voti usciti dalle urne nel febbraio di quattro anni fa era evidente che il M5s aveva prima di tutto svuotato il centro destra guidato da Berlusconi. Il M5s esordiente superava gli 8 mln di voti mentre la coalizione del Cavaliere perdeva voto più voto meno quasi altrettanto. E’ vero che nonostante la libera uscita a valanga di milioni di persone dal Cdx la coalizione guidata da Bersani non solo non acciuffava nulla ma perdeva di suo altri 3 mln e mezzo di voti registrando la più grave sconfitta della storia del Pd dalla sua nascita e precipitando dal 33,17 di Veltroni al 25,42. Ma era del tutto evidente, anche dal punto di vista matematico, che il grosso del voto grillino era originato dal fallimento del Cdx. Non è un caso che Piepoli abbia avvertito nei mesi scorsi che se il centro destra fosse ridiventato vincente avrebbe svuotato in modo consistente i grillini. Un quadro, quello previsto dal sondaggista, che sembra delinearsi con nettezza nonostante le traversie attuali del Cdx, dello scontro di Berlusconi con Salvini e quello di Salvini con la Meloni. Insomma, il Cdx potrebbe vincere le prossime elezioni riacciuffando gran parte dei voti mandati in libera uscita e parcheggiatisi nel Cdx.
Di Maio, quindi, non è la cervellotica impuntatura di Grillo e Casaleggio ma il candidato, tra quelli cresciuti nel parco-giocatori del M5s, che meglio di tutti gli altri, può frenare la fuoriuscita dei consensi di Cdx e soprattutto della destra di M5s. Del resto, la performance Grillina del 2013 non è stata mai sottoposta a un controllo reale se non nell’unico caso delle comunali di Roma dove sia il Csx che il Cdx avevano dato uno spettacolo che non poteva che tener lontani gli elettori dai rispettivi schieramenti. In tutti gli altri casi le vittorie del M5s sono state drogate dal meccanismo elettorale. In tutte le elezioni amministrative il M5s vince perché il suo essere minoranza viene ribaltato nel ballottaggio quando un centro destra non credibile, arrivato ovunque al terzo posto, vota massicciamente Grillo in odio al centro sinistra arrivato primo al primo turno, Torino dell’Appendino compreso. Vedremo come andrà nei prossimi giorni in Sicilia.
Di Maio è cresciuto in una famiglia di destra con un padre del Msi di Almirante e poi di An. E’ considerato perbenista e moderato, non lontano da fastidi e pruriti per gl’immigrati. Laureato mancato, nonostante abbia provato prima con ingegneria e poi con giurisprudenza, ha un passato di steward al San Paolo di Napoli e di aspirante consigliere comunale di Pomigliano d’Arco dove non superò i 60 voti, ed anche di riparatore di computer. Insomma è sufficientemente modesto per incontrare adesioni e successo tra ceti medi che la crisi ha impaurito fino al rancore. E’ quindi una scelta lucida e consapevole per chi, come Grillo e Casaleggio, intanto non vogliono perdere neanche un voto, consapevoli come sono che possono non vincere ma che l’arretramento di un solo voto rispetto al 2013 farebbe esplodere l’intero Movimento. Così accadde a Giannini, anche lui un uomo di teatro come Grillo, e fu la fine dell’Uomo Qualunque.