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L’INTERVENTO. Calabria e politica: ma non è vero (ancora) che tutto è accaduto

L’INTERVENTO. Calabria e politica: ma non è vero (ancora) che tutto è accaduto
alvar Tutto è accaduto. E’ il titolo di un romanzo poco conosciuto, ma fondamentale di Corrado Alvaro. Pubblicato postumo nel 1961 è il terzo del ciclo di “Memorie del mondo sommerso”, assieme a “L’età breve” e “Mastrangelina”. E’ quello più maturo e profondo nell’analisi della società italiana dopo la caduta del Fascismo. Una descrizione dall’interno della borghesia romana, ancora incredula e incerta su quale sarà la sorte di tutti coloro i quali, bene o male, avevano vissuto all’ombra del regime, godendone i fasti e i privilegi. E’ il dissidio tra il vecchio e il nuovo, con al centro i dubbi e le incertezze sul futuro di un mondo che stenta a prendere atto che tutto è accaduto.

La grandezza dell’opera di Alvaro, che conclude il percorso umano del protagonista Rinaldo Diacono, che nella trilogia viene raccontata dall’infanzia durante la prima Guerra mondiale fino alla caduta di Mussolini, sta proprio nella minuziosa descrizione degli assetti sociali e i risvolti psicologici, dai popolani di un piccolo paese calabrese alla società borghese dei salotti romani, in cui si recita la grande rappresentazione del potere. Fino al suo rovinoso rovesciamento e all’incognita dei nuovi assetti istituzionali e politici. Un affresco straordinario, ricco di spunti e di riflessioni sulla storia degli italiani, vissuta come sempre ai margini dal periferico mondo calabrese, anche quando riesce a ritagliarsi un ruolo da inquieto protagonista, come nel caso di Rinaldo Diacono.

Sono passati ormai oltre 70 anni da quegli avvenimenti che dovevano portare all’avvento dell‘ Italia moderna, ma la sensazione che si vive di questi tempi, dopo il trauma del 4 marzo 2018, con la creazione del Governo tra due forze dichiaratamente populiste come la Lega e il M5S, ha molti punti di contatto e di affinità con lo sbigottimento e i condizionamenti psicologici e comportamentali dei cittadini italiani difronte alla nuova geografia del potere e alla frattura sempre più marcata tra prima e dopo 4 marzo. Come è sempre avvenuto nella storia è proprio il popolo ad avvertire preventivamente i segni del cambiamento e annusare la direzione in cui volge la cabina del comando, che dimostra di saper parlare con cinica spregiudicatezza direttamente alla pancia della gente. Le reazioni alla tragedia di Genova e del Raganello, il braccio di ferro sulla questione migranti raccolgono, a volte con dispregio della logica e della compassione umana, consensi larghi e applausi istintivi.

Dopo cinque mesi chi sembra non essersi reso conto che ormai tutto è accaduto è il PD di Renzi, ma soprattutto di Martina, rimasti pietrificati in una protesta melensa di fronte all’incalzare impetuoso dei nuovi capitani di ventura. Anziché cercare di capire la dimensione e la portata storica di quanto accaduto il 4 marzo questi problematici personaggi si sono subito accapigliati per stabilire chi deve continuare a guidare il nulla di un esercito di sopravvissuti e di disperati occupatori di poltrone di una democrazia parlamentare ormai in crisi di credibilità, esprimendo il massimo dell’elaborazione strategica nella scelta delle modalità di svolgimento dei congressi per la rielezione della stessa classe dirigente.

In Calabria, poi, l’apice della inconcludenza e della vacuità progettuale lo si raggiunge con le interminabili discussioni, preferibilmente sui social, sull’attività della Commissione di Garanzia che dovrebbe stabilire le regole per lo svolgimento trasparente e partecipato del congresso regionale. Giova ricordare che la maggioranza dei componenti di questa Commissione e la sua guida, con qualche prestigiosa eccezione, sono gli stessi che hanno condotto per anni, con i risultati tristemente conosciuti, il PD di Magorno e la Calabria di Oliverio e Romeo. Come dire che nulla cambia, anche quando tutto è cambiato. Siamo in Calabria e il cambiamento non piace guidarlo. Preferiamo subirlo, che siano altri ad imporlo, se necessario. Tanto siamo molto bravi ad adattarci alla volontà dei nuovi padroni, specie se forestieri. Questo PD continua a recitare un ruolo tragico e scespiriano sul palcoscenico diroccato delle vestigia del potere, fonte di ebbrezza e di sciagura. Ma ancora miraggio accecante per fortune personali sempre più ipotetiche.

Eppure è difficile accettare l’idea che quanto successo il 4 marzo sia ormai ineluttabile e immodificabile. Perché significherebbe dare per acquisito che siamo entrati in un nuovo regime e che, dopo 70 anni, si è di nuovo frantumato l’assetto istituzionale e, questa volta, anche quello democratico. Renzi, Martina e compagni dovrebbero finalmente capire che questa situazione impone di ripartire, non dai fischi di Genova, ma dai tanti gravi problemi irrisolti della gente, scegliendo finalmente la lotta alle diseguaglianze, non la difesa delle banche, dei grandi gruppi economici e delle logiche dei burocrati di Bruxelles. Trovando il coraggio della concretezza mettendo al primo punto il lavoro, le tasse, la sicurezza sociale in una agenda del fare, che non scimmiotti Salvini e Di Maio, ma parli al cuore e alla testa degli italiani. A maggior ragione in Calabria occorre affidare ad uomini nuovi, a tanti giovani amministratori locali, a quanti nel mondo delle professioni, della scuola, della sanità, della cultura, dell’impresa hanno ancora voglia e credibilità per mettersi in discussione. E‘ chiaro che si tratta di un mondo che non è contemplato nei verbali della Commissione di Garanzia del Congresso del PD, retaggio farisaico di inquietanti prassi leniniste. Ma questo è il vero motivo per prendere le distanze dalle liturgie maleodoranti di incensi cimiteriali degli apparati di quello che fu il PD.

Prima che suonino le campane e si diffonda, dal Pollino all’Aspromonte, il solenne annuncio che tutto è accaduto.